domenica 18 gennaio 2015

VENDOLA SU TARANTO & ILVA: “Questo matrimonio s’ha da fare”!

Nei giorni scorsi il Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, è stato convocato in audizione dalla Commissione Industria al Senato nell'ambito dell’esame del decreto Ilva, l’ennesimo varato dal Governo Renzi. La prolusione di Vendola è stata degna della sua proverbiale prosa: “Se dovesse chiudere l’Ilva dubito che potremmo essere di fronte alla possibilità di dibattere del futuro di Taranto: oggi si può avere un’acciaieria sostenibile. La chiusura dell’Ilva sarebbe un colpo al sistema industriale nazionale”. Una prosa accattivante, che proviamo a tradurre in maniera più stringata: senza Ilva Taranto morirebbe; l’Ilva può diventare eco-compatibile; la chiusura dell’Ilva manderebbe a gambe all'aria l’industria nazionale! Tre affermazioni fatte – suppongo - in ordine decrescente di importanza; purtroppo si tratta di tre affermazioni, di cui almeno due sono false, fatte al solo scopo di nascondere l’unico punto che davvero interessa: difendere a ogni costo l’economia nazionale!

Sia chiaro, lo stesso Governatore pugliese non ha mancato di sottolineare le debolezze dell’ultimo decreto ammazza-Taranto partorito dalle menti eccelse del Governo del rottamatore, pur di scongiurare, quasi fuori tempo massimo, la rottamazione dello stabilimento. Infatti Vendola chiede in primo luogo di cassare la norma che considera sufficiente l’attuazione dell’80% delle prescrizioni AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) in materia di risanamento dello stabilimento. Tuttavia il Governatore dimentica di aggiungere che quell’80%, ora concesso, non riguarda l’intero pacchetto di prescrizioni, bensì soltanto quelle che andranno in scadenza al 31 luglio del 2015, che, all'interno dell’originario piano dell’AIA, rappresentano in realtà ben poca cosa! Tanto che lo stesso Vendola continua:  "Ci chiediamo perché proprio l’80%? Siamo di fronte a una nuova proroga?". NO, caro Vendola, siamo di fronte a una cancellazione sostanziale del piano originario! Infatti, lo stesso Vendola sembra avere sentore della presa per i fondelli rappresentato da questo ennesimo decreto e continua: “Parliamo di interventi indispensabili, come per esempio quelli sui parchi minerali, per la data che va dal 31 luglio 2015 in poi”! 

In effetti quello del “parco minerali” è uno dei punti più dolenti dell’intera questione ambientale costituita dall’Ilva: non solo perché è quello più vicino alla città (all’ormai tristemente famoso Rione Tamburi), ma proprio perché è uno dei maggiori fattori di inquinamento (anche se purtroppo non certo l’unico!), la cui ambientalizzazione richiede però considerevoli investimenti economici! Ma poiché la prescrizione riguardante i parchi minerari va appunto oltre la data del 31 luglio 2015, essa non solo non rientrerà nel fatidico 80%, venendone di fatto esclusa, ma verrà rimandata sine die, senza cioè più alcun vincolo temporale per la sua effettiva realizzazione! Se a questo si aggiunge la non punibilità penale del commissario di governo; il principio del “silenzio-assenso”, per il quale tutte le amministrazioni locali hanno tempo un mese per proporre le eventuali obiezioni ai piani di riqualificazione; che nulla vien detto circa l’utilizzo delle discariche interne allo stabilimento (già sottoposte a sequestro dalla magistratura tarantina, ma, tanto per cambiare, dissequestrate dal precedente decreto); o, ancora, che non vi è alcuna certezza circa le risorse finanziare effettivamente destinate a tali piani; o, infine, che non è previsto alcun potenziamento dell’organico dell’Arpa regionale, già largamente sottodimensionata, dall'insieme di queste (assai parziali) considerazioni risulta francamente incomprensibile il motivo per il quale Vendola si spinge ad affermare che, purtuttavia, vi sono alcuni aspetti del decreto “che valutiamo positivamente, come l’introduzione del nuovo protagonismo dello Stato”!!!

Alla faccia del protagonismo statale! Che la privatizzazione dell’Ilva, svenduta negli anni ’90 alla famigerata banda di assassini costituita dalla famiglia Riva, sia stata un disastro sotto tutti gli aspetti (economici, ambientali, sanitari, sindacali e politici), non c’è alcun dubbio! Ma che la riacquisizione in mani pubbliche, con i soldi del contribuente, e alle condizioni or ora menzionate, possa essere considerata un “positivo protagonismo dello Stato” ha il sapore di una vera e propria beffa! È una affermazione che soltanto uno che mente, sapendo di mentire, può azzardarsi a fare! È una chiara presa per i fondelli che ha l’aggravante di nascondere, imbellettandola, la presa per i fondelli già costituita dall'ultimo decreto-Ilva del Governo! In altre parole, è una presa per i fondelli elevata al quadrato!
Ma ci sono almeno altre due considerazioni che è necessario fare per completare questo quadro demenziale!
L’affermazione iniziale di Vendola, secondo la quale lo stabilimento dell’Ilva potrà diventare eco-compatibile, non solo è un’affermazione priva di fondamento, ma è già stata provata come falsa! E non da qualche ambientalista arrabbiato dell’ultima ora, bensì dallo studio “Sentieri” dello stesso Ministero della Salute. Da questo studio si evince che anche qualora venissero attuate, nei tempi originariamente previsti, tutte le prescrizioni AIA (che l’ultimo decreto, invece, praticamente cancella o indebolisce), l’impatto di alcuni inquinanti si ridurrebbe, altri rimarrebbero pressoché inalterati; altri, invece, addirittura aumenterebbero! In ogni caso rimarrebbe un danno sanitario residuale che coinvolgerebbe una popolazione stimata intorno alle 12.000 unità! Vi sembra un danno accettabile? Tale da legittimare l’affermazione circa l’eco-sostenibilità dell’Ilva risanata a spese dello Stato (cioè con i soldi dei soliti noti)? L’unica certezza che abbiamo a tale riguardo è che, di fronte a tali numeri, la Procura della Repubblica di Taranto sarà costretta a sequestrare nuovamente gli impianti Ilva, con buona pace per il “rinnovato protagonismo dello Stato” vendoliano!
E veniamo all’ultimo punto del problema sollevato dall'intervento di Vendola: perché tanto entusiasmo per il presunto “rinnovato protagonismo" statale? E’ evidente che questa fede cieca è un rigurgito di quello statalismo picciota che si trova nel DNA ideologico di Vendola. Una delle caratteristiche ideologiche che più di ogni altra ha caratterizzato il P.C.I. del bel tempo che fu, è stata infatti quella di una fiducia pressoché illimitata nei confronti dell’interventismo statale in economia, quasi fosse un preludio (per i militanti in buona fede, s'intende!) per la realizzazione del comunismo (che prevede infatti la completa socializzazione del mezzi di produzione)!
Peccato che, all'epoca, all'interno del PCI nessuno si chiedesse, o forse alcuni omettevano volutamente di chiedersi, che tipo di “Stato” procedeva a quelle nazionalizzazioni? Se si trattasse di uno Stato borghese (come di fatto era) piuttosto che uno Stato proletariato (ancora ben al di là da venire)! Con un criterio così ideologicamente equivoco, in quanto creatore dell’IRI, lo stesso Mussolini avrebbe avuto ben diritto a comparire in effige al fianco di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao Tse-tung. E che dire di Moro, La Pira, Fanfani o Mattei? Non scherziamo! Non diciamo idiozie! 
Il rinnovato statalismo vendoliano, erede più che legittimo di quello picciota di un tempo, non è altro che una sanzione ideologica, nemmeno tanto ben mascherata, che vuole plaudire piuttosto all'interventismo renziano finto-rottamatore! Si tratta, in altre parole, di una confezione scintillante che serve ad attirare gli ingenui e i dubbiosi; uno specchietto per le allodole che serve peraltro a dare legittimità a un altro principio supremo, strettamente connesso a questo, di cui parlavamo all'inizio: l’interesse nazionale!

Ma di quale interesse stiamo parlando? Degli interessi dei cittadini a non vedersi sfruttati, a poter vivere una vita degna e libera dall'incubo del bisogno e della malattia, a non dover essere costretti a scegliere tra lavoro o morte, o dell’interesse dei soliti padroni del vapore? È ammissibile che un individuo che proviene da una ideologia cosiddetta “comunista” possa confondere le due cose, mistificandole così spudoratamente? Certo, “l’interesse nazionale” esige che Taranto continui a produrre acciaio, magari un po’ più “pulito” del solito, senza stare tanto a sottilizzare sul numero di morti che comunque continuerà a portarsi dietro! Perché l’interesse nazionale esige questo e altro! L’interesse nazionale non ha alcun interesse a immaginare una Taranto diversa, che possa vivere senza l’Ilva e il suo acciaio (come pure senza la Marina Militare e le sue navi da guerra, non meno inquinanti di quella)! Se non vuole farlo, perisca pure come Bagnoli! Al massimo ai cittadini di Taranto l'interesse nazionale tributerà il riconoscimento estremo di una medaglia alla memoria per aver servito, con sprezzo del pericolo, gli interessi della Patria di Vendola & C.!

giovedì 8 gennaio 2015

DICHIARATA LA GUERRA SANTA CONTRO L’ISLAM!

A meno di 24 ore dall’esecrabile attentato omicida perpetrato contro l’intera redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, si è scatenata in tutta Europa, come era d’altra parte facilmente prevedibile, la canea reazionaria che, col sangue agli occhi, invoca, promuove ed esige una risposta ferma e immediata dell’Occidente tutto non soltanto contro i terroristi attentatori, ma addirittura contro l’intero islam!
Si va dalle reazioni – si fa per dire – più blande del Financial Times, che accusa i redattori del Charlie, di aver  continuamente provocato i mussulmani con le loro vignette contro Maometto, e che, quindi, in qualche modo “se la sarebbero cercata”, dimenticando però di aggiungere che il settimanale francese, essendo un giornale libero, oltre che di sinistra, metteva sistematicamente alla berlina tutte le religioni, compresa quella cattolica ed ebraica, oltre che gli uomini politici più in vista!


Si passa poi alle dichiarazioni più retrive espresse da Marine Le Pen, il nero astro emergente della politica francese, che pretende la pena di morte per gli assassini islamici: ma da lei non ci si poteva certo aspettare nulla di meno; all’immancabile intervento del suo sodale italiano, il segretario legaiolo Matteo Salvini, che invita tutti a unirsi con fierezza in difesa dei “nostri” comuni valori culturali e identitari, ora minacciati! Infatti, quasi nelle stesse ore, il direttore del noto giornalaccio “culturale” Libero, Maurizio Belpietro, ha affermato senza mezzi termini che ormai non bisogna più illudersi, perché “il nostro vero nemico è l’islam”! Gli fa immediatamente eco la rediviva Daniela Santanché, con parole che sembrano scolpite nel fuoco della sua furiosa rabbia: “Oggi c’è stata dichiarata guerra!” Lo stesso Ministro degli Esteri italiano, il piddino, ultra-cattolicissimo Paolo Gentiloni si dice pronto ad un’azione di forza contro l’Isis!
In altre parole, la macchina da guerra si è messa immediatamente in moto, almeno dal punto di vista ideologico.
La cosa solo apparentemente strana è che tutta la destra europea più cattolica, retriva e reazionaria si sia mobilitata all’istante, come un sol uomo, per chiedere di vendicare nel modo più fermo la morte di alcuni vignettisti satirici, che, guarda caso, erano tutti di estrema sinistra!
Che cosa avevano in comune dal punto di vista culturale, politico e ideologico questi uomini di sinistra (per lo più comunisti o anarchici) con la Le Pen, Salvini, o Gentiloni? Niente di niente!

Anzi, se c’è una contiguità culturale che va evidenziata, questa è piuttosto ravvisabile in quella chiaramente esistente tra i terroristi assassini e tutti coloro che oggi si ergono a loro inflessibili boia! E la cosa è meno paradossale di quanto possa apparire a prima vista: perché come quegli assassini che hanno sparato per le strade di Parigi contro degli inermi intellettuali, anche costoro, i vari Salvini, Le Pen, Belpietro ecc., predicano l’uso delle armi, per il puro gusto della vendetta; e lo fanno in nome e a difesa di analoghi valori culturali: quelli religiosi! Come i primi, che nella loro furia idiota e assassina pensano di difendere i valori dell’islam, anche i secondi vogliono sfoderare le loro spade in difesa del cristianesimo occidentale minacciato! Alla guerra santa come alla guerra santa!
Chi, allora, sta mettendo maggiormente in discussione, in questo momento, i veri valori culturali dell’occidente: i terroristi islamici o alcuni dei loro stessi nemici occidentali?!
Tutti gli intellettuali illuministi, francesi e non, che hanno predicato la tolleranza, l’uso della ragione, il carattere educativo delle pene, ecc., in questi giorni si staranno rivoltando nella tomba! Quegli idioti che più o meno velatamente predicano la superiorità culturale dell’Occidente, contro l’islam retrivo, che esempio di “superiorità” stanno dimostrando in queste ore al mondo intero? Stanno andando indietro nel tempo a passo di carica; stanno appunto ritornando a quella “civiltà” oscurantista, repressiva e intollerante, di cui accusano essere portatori i loro avversari; perché, da buoni cattolici quali quasi sempre sono, essi sono pronti a vedere il fuscello nell'occhio dell’avversario, piuttosto che la trave presente nel proprio! E tutti costoro stanno cercando di convincerci che è giusto sentirci oggi tutti uniti intorno a questi (loro) “valori”, per essere magari pronti al sacrificio estremo per difenderli!
Eppure nessuno di costoro si ritraeva indignato o faceva lo schizzinoso quando i loro rispettivi Governi (di destra o di “sinistra” che fossero!) andavo a sottoscrivere accordi miliardari con quegli Stati retrivi, come ad esempio, l’Arabia Saudita (che quanto ad oscurantismo non è certo seconda a nessuno!), gli Emirati Arabi, Dubai, il Quatar, ecc. ecc. Da nessuno di costoro si è mai levata in quel momento una sola voce di condanna! Ed oggi, dimentichi delle nefandezze da loro stessi perpetrate sino a ieri, costoro si ergono a giudici inflessibili, che, dall’alto della loro presunta dirittura morale, si sentono in diritto di poter giudicare tutto e tutti e di indicare agli altri i compiti che l’urgenza del momento impone! Vergogna! Ecrasez l’enfame! avrebbero gridato gli intellettuali illuministi del settecento! Questi loschi individui, che oggi si gonfiano il petto di vibrante indignazione, non soltanto sono degli ipocriti, ma, soprattutto, sono dei pericolosi ipocriti assassini, che oggi come ieri sono pronti a mandare al massacro degli innocenti per continuare tranquillamente a coltivare i loro loschi, luridi affari!

mercoledì 7 gennaio 2015

MISERIA DELLA SOCIOLOGIA: QUANDO IL PD PARLA DI “SINISTRA”…

L’altra sera, nella cornice di una nota libreria tarentina, è stata presentata l’ultima fatica letteraria di Franco Cassano:  Senza il vento della storia. La sinistra nell'era del cambiamento (Laterza, Bari, 2014). Qualcuno si chiederà: ma chi è sto Cassano? Per chi ancora non lo sapesse, Franco Cassano - da non confondere con l’omonimo calciatore barensis - è un noto professore di Sociologia dell’Università di Bari (della cosiddetta école barisienne; come dicono a Bari: “Se Parigi avesse lu mare, saresse na piccola Bare”…), nonché deputato del PD. Alla conferenza era schierato tutto il gotha del Pd locale, a fare da compiacente corona all'autore: dall’on. Pelillo (ex-Margherita), dai più considerato il vero regista occulto dell’inciucio che ha portato all'elezione di un sindaco di Forza Italia alla Presidenza della Provincia di Taranto (con i voti dei consiglieri PD), nonché aspirante alla poltrona di Sindaco della nostra città; Michele Mazzarano, consigliere regionale Pd, già assurto agli onori della cronaca, perché accusato di finanziamento illecito ai partiti e millantato credito e, infine, dal sen. Giovanni Battafarano, ex-sindaco di Taranto e, oggi, Segretario Nazionale dell’Associazione Lavoro & Welfare, creata dall’on. Cesare Damiano, sempre del Pd.
L’occasione era ghiotta, poiché, appunto come suggerisce il titolo del libro, erano in discussione le sorti della “sinistra” alla luce delle nuove sfide della contemporaneità. Quali sono queste sfide? Ma ovviamente quelle della globalizzazione! Ma qui già un primo intoppo: come? E’ ormai quasi un quarto di secolo che non si fa altro che parlare di “globalizzazione” e soltanto oggi l’on. Cassano riesce a proporci il parto del suo sforzo intellettuale - di ben 91 pagine!!! - sull'argomento? Gatta ci cova! Poiché non penso che l’on. Cassano sia così intellettualmente sprovveduto da volerci propinare le sue riflessioni su un argomento ormai vecchio come il cucco, devo supporre che, evidentemente, il suo intento sia un altro! Ma, subito, mi si presenta, sgarbato, un altro inconveniente: un esponente dell’élite intellettuale del PD che ci viene a parlare di “sinistra”? Ma di quale sinistra si tratta? Tenta immediatamente di rispondere alla domanda uno degli “autorevoli” interlocutori del Nostro, il più ferrato in proposito, appunto l’on. Pelillo, il quale afferma che la quarta di copertina del libro riassume in termini egregi le tesi di fondo ivi espresse dall'autore, meglio di quanto lui stesso non avrebbe mai saputo fare, tanto da darne pubblica lettura. Eccone uno stralcio:

A lungo la sinistra ha pensato che nelle sue vele soffiasse il vento della storia. Oggi che tutto è cambiato, che quel vento non le ha riconosciuto alcuna primazia, che anche il suo popolo non è più lo stesso, la sinistra sembra essersi ritratta in una posizione difensiva e risponde con sdegno all'accusa di conservatorismo. In verità le sue ragioni sono tutt'altro che scomparse, ma per farle rientrare nella partita del mondo è necessario che smetta di sentirsi ospite innocente in un universo cattivo e abbandoni ogni nostalgia. Perché la globalizzazione non è solo una banale restaurazione, non è solo espropriazione e sradicamento, ma un gioco di dimensioni planetarie nel quale nuovi protagonisti si affacciano sulla scena della storia. E a questo gioco largo e imprevedibile, pieno di pericoli e di opportunità, non ci si può sottrarre.

Dunque, la sinistra italiana (e non solo) si trova a fare i conti con una realtà ormai completamente mutata, dove i protagonisti non sono più gli USA e l’Europa, bensì i paesi asiatici (Cina e India in testa), e pochi altri. L’Europa, anzi, vive un periodo di progressiva marginalizzazione, senza parlare dell’Italia, dove i nostri poveri imprenditori sono costretti a de-localizzare in Paesi il cui il costo del lavoro è molto più basso. [Domanda: come mai in Germania ciò non avviene, benché il costo del lavoro sia molto più alto di quello italiano? Boh!, Beh, allora, sorvoliamo...] Secondo quesito che si pone agli astanti in trepida attesa che si disveli loro l’arcano: quali sono le alternative che abbiamo di fronte? Due sono i possibili atteggiamenti che si possono assumere a tale riguardo, dice il Nostro: o il ritrarsi sdegnati nella comoda sicurezza dei valori tradizionali della sinistra, quelli che hanno fatto del “glorioso trentennio” seguito alla II Guerra Mondiale una stagione di conquiste irripetibili per i lavoratori, o quello, invece, di assecondare questo tsunami epocale che, però, a quanto pare, ha il piccolo difetto di mettere in discussione tali diritti [ma questo l’ho aggiunto io!].
Non manca ovviamente l’erudito riferimento all'ultima novità di grido proveniente dalla Francia [Parbleu, siamo pur sempre intellettuali à la page!]: non ha forse detto Thomas Piketty, nel suo ormai famoso libro Il Capitale, che nel capitalismo “le diseguaglianze sociali vanno allargandosi”? [Ma, vado a memoria, qualcosa del genere non l’aveva più o meno già scritta Marx, qualche tempo fa, in un libro di cui però non ricordo più il titolo? Ah, è vero,] anche il nostro Cassano ammette di aver letto a suo tempo Il Capitale di Marx [ecco il titolo! Che originale questo Marx: sempre pronto a copiare l'ultimo intellettuale francese alla moda, senza pagargli nemmeno i diritti d’autore!] Ovviamente l’on. Cassano è per prendere di petto il secondo corno del dilemma: la sinistra non può ritrarsi inorridita di fronte al nuovo, ma deve imparare a navigare tra i marosi, ed accettare la sfida dei tempi! Come fare? Cassano ricorda a tutti che quello che i suoi interlocutori hanno (giustamente) definito il “trentennio glorioso” seguito al secondo dopoguerra, che ha portato non solo a consistenti aumenti salariali, ma soprattutto a giganteschi passi in avanti nella conquista di nuovi diritti da parte dei lavoratori (uno per tutti: lo Statuto dei Lavoratori del ’69) è stato possibile perché l’Italia di quegli anni era in pieno boom economico! Solo dove c’è aumento di ricchezza ci può essere redistribuzione del reddito, con conseguente riduzione delle disparità sociali! [Caspita, non ci avevo mai pensato! Che genio questo Cassano, quasi quanto il suo omonimo lo è con i piedi!] Ma oggi? Oggi, come ognun vede, la derelitta Italia è ormai da lunghi anni in recessione, e la produzione di reddito, piuttosto che allargarsi, si restringe sempre più drammaticamente! Per cui? Per cui… non si possono fare matrimoni coi fichi secchi o vogliamo forse che il declino dell’Italia si compia inesorabilmente? Non possumus! Non possiamo! La sinistra italiana deve impedire questo destino apparentemente ineluttabile, e perciò deve saper guardare oltre, deve andare avanti, adesso! Per far ciò, la strategia che il PD deve adottare è quella di allargare il proprio consenso, senza però spostarsi! Altra domanda incresciosa: come si fa ad andare avanti senza spostarsi?  Ma è ovvio! Bisogna andare avanti, senza che però il partito si sposti a “destra” [a destra in senso politico, non fisico! Che stupido che sono!].
Vuoi vedere che adesso tutti gli imprenditori che hanno abbandonato Berlusconi, e che ormai votano in massa per Renzi, sono pronti a cedere parte delle loro ricchezze, per darle, in tempi di magra come questi, ai loro operai? Vuoi vedere che sono diventati improvvisamente tutti di sinistra? Tutti compagni? Volgo lo sguardo indietro, nella speranza di vedere emergere, tra la folla degli astanti, qualche compagno (ex-sciur) Brambilla, ma… niente! Mi accorgo con sgomento che sono capitato in un attivo di sezione del PD, e l’illusione momentanea di scioglie come neve al sole di fronte alla cruda realtà, fatta di pensionati sonnacchiosi (qualcuno, più audace, istigato da comprensibili necessità fisiologiche, si avventura rumorosamente verso la porta della toilette, posta proprio a destra del palco…); di adoranti impiegate a cui brillano gli occhi per la fortuna di trovarsi ad ascoltare il profluvio di cotanto ingegno; di vecchi militanti del PCI, che sono sopravvissuti vittoriosamente a tutte le svolte ideologiche di questi ultimi 20 anni, e di qualche ex-socialista craxiano, che guarda di sottecchi il suo nuovo amico/compagno del PD, seduto al suo fianco, e a cui sembra sussurrargli: “Hai visto che aveva ragione Bettino?!”…
Dunque, qual è la soluzione che ci viene prospettata dal prof. Cassano? Pur con le dovute cautele, al Nostro sembra che l’unica alternativa oggi realisticamente appetibile per la sinistra italiana sia costituita nientepopodimeno che da Renzi! Renzi? Si, avete capito bene: proprio Renzi! Adesso, in Italia, nella sinistra italiana, l’unico che guarda con fiducia in avanti, al futuro è proprio Renzi! Lui è in grado di allargare la base del Pd, senza pericolosi scivolamenti a destra; lui è l’unico in grado di affrontare le sfide della globalizzazione senza stare tanto a menare il can per l’aia con la solita, sinistra, tiritera dei diritti dei lavoratori! Del Jobs act, ad esempio, Cassano non ne parla affatto, nonostante sia stata la sua ultima fatica parlamentare prima delle vacanze natalizie! Ma è chiaro che non ha bisogno di farlo, perché di fronte alle sfide della globalizzazione che cosa pretendete? Che si mantenga integro lo Statuto dei Lavoratori? Che si passi dalla stagione dei diritti a quella dei doveri per i ricchi? Ma non lo sapete che gli imprenditori sono lavoratori come noi, che non possiamo lasciarli soli di fronte alle faticose sfide della globalizzazione e, quindi, devono essere rappresentati dal PD, che perciò ha tutte le carte in regola per diventare il vero e unico Partito della Nazione?!
Perbacco - mi dico in conclusione della conferenza - come è caduta in basso la Sociologia! Al minimo stormir di fronda essa è pronta a fornire la legittimazione ideologica dello stato di cose presente, affinché tutto cambi, perché tutto resti uguale! Si nutre di banalità, spacciandole per il risultato di faticose riflessioni teoriche, ed annuncia pomposamente al mondo di aver (ri)scoperto l’acqua calda!
Non vorrei scomodare, facendolo peraltro rivoltare nella tomba, il povero Gramsci: ma se c’è un intellettuale organico, ovviamente organico alla borghesia, che un partito (di destra) poteva partorire, questo è proprio il sociologo, onorevole del Pd, Franco Cassano! Anzi, oggi oso elevarlo, sia pure solo per un istante, al rango di filosofo: con questa sua opera probabilmente il prof. Franco Cassano ha dato effettivamente prova di essere il più conseguente filosofo dell’attualismo renziano, memore della lezione del ben più famoso Giovanni Gentile, in arte: filosofo del regime fascista…

giovedì 1 gennaio 2015

Taranto: dalla monocultura dell’inquinamento alla monocultura spartana?


In questi ultimi tempi il dibattito culturale nella città di Taranto si è inaspettatamente animato a causa di una diatriba piuttosto sorprendente: quella riguardante la querelle “Sparta si, Sparta no”.
Premessa indispensabile per chi non conosce Taranto: che nella nostra città ci sia qualcosa che possa essere definito “un dibattito culturale” è già di per sé un evento alquanto sensazionale; e lo è anche per uno non esattamente di primo pelo come lo scrivente: per questo motivo mi sono affrettato ad offrire il mio modesto contributo in proposito! In secondo luogo occorre aggiungere, a scanso di equivoci, che Taranto fu effettivamente fondata da coloni spartani nel 706 a.C.; cosa di cui però quasi nessuno, in città, ha serbato il ricordo, anche perché non è sopravvissuta alcuna testimonianza diretta dell’evento, fatto salvo qualche reperto conservato nel Museo Archeologico (MarTA): le epoche successive, infatti, hanno profuso un grande e sistematico impegno per cancellare (o sotterrare) accuratamente qualsiasi referto che possa in qualche modo fungere da prova tangibile di quel lontano accadimento. Cosicché il tarantino medio di oggi può credere che Taranto sia una città spartana allo stesso titolo per cui un uomo di media cultura crede nel mito di Ulisse, le cui vicende furono descritte nei celebri versi di Omero, o un uomo pervaso da profonda fede cristiana “crede” nel dettato biblico in cui si narra della separazione delle acque del Mar Rosso, operata da Mosè, sotto il diretto controllo divino.
Ciò non di meno, è un dato assodato che Taranto nasca come colonia degli spartani, una volta che questi ultimi fecero fuori progressivamente gli indigeni!



Da questa premessa storicamente certa nasce l’iniziativa di un gruppo di artisti tarantini (riuniti nell'associazione AUT: Artisti Uniti per Taranto) di creare un brand - da cedere gratuitamente a chiunque ne fosse interessato - che possa identificare a livello mondiale e in modo inequivocabile la nostra città: quello appunto di “Taranto città spartana”, che, almeno questo è l’esplicito, e per nulla disdegnabile, auspicio, possa finalmente cancellare dall'immaginario collettivo l’associazione semantica tra “Taranto” e “Ilva”, con tutto l’inevitabile, quanto nefasto corollario di disastri ambientali, sanitari, sociali e politici…
Il brand è corredato da un colossale progetto di risistemazione urbana della città, con l’innesto di numerosi monumenti, realizzati ad hoc, che avranno appunto il compito di rendere visibile alla città (e al mondo interno) la sua antica origine, allo scopo di incrementare finalmente i flussi turistici nella direzione della troppo a lungo negletta città di Taranto. Un progetto che, peraltro, è stato presentato con successo in molte scuole cittadine, suscitando un entusiastico accoglimento da parte degli studenti. E a quanto pare su tale progetto ha astutamente calato un asso anche l’attuale Governo Renzi, il quale, "fiutando l'affare" politico, sembra averlo in qualche modo inserito nell'ultimo decreto Ilva di fine anno o, comunque, sia in procinto di farlo in uno dei prossimi in calendario.


Roberto Nistri
Ma, apriti cielo, l’iniziativa non è andata giù a tutti! Tra i critici più severi si è in particolar modo distinto colui che oggi è forse il più autorevole storico della città ancora vivente, il prof. Roberto Nistri, il quale ha bollato l’iniziativa come una ridicola trovata fumettistica (ispirata al film cult “300”), invitando perentoriamente i giovani tarantini, irretiti da questo progetto, a “guardare al futuro”! Ora, che uno storico, le cui ricerche si incentrano quasi sempre sulla storia della nostra città (in particolare quella che va dall'800 al ‘900) prenda, per così dire, carta, penna e calamaio per invitarci così autorevolmente a distogliere il nostro sguardo dal passato, e volgerlo verso il futuro, appare alquanto originale, per non dire francamente incredibile! Sembrerebbe quasi un incitamento, un tantino masochistico, alla delegittimazione della conoscenza storica, peraltro perpetrato in un momento in cui qualcun altro è finalmente riuscito a suscitare l'interesse delle giovani generazioni tarantine verso la propria Storia! Ma, d’altra parte, è anche vero che sentirsi dire che il mito di Sparta è alimentato da Alba Dorata in Grecia, non è certo facile da digerire; e quand'anche questa allusione risultasse un po’ forzata o maliziosa, beh, in ogni caso basterebbe fare mente locale alla storia dell’antica città di Sparta per capire ciò di cui stiamo parlando: una città che non si è certo distinta, ai suoi tempi, per spirito “democratico” (anche solo nel coevo significato ateniese del termine) o per maniacale rispetto della diversità, anzi! Certo è difficile pensare che un mito del genere possa, come dire, alimentare i sogni ad occhi aperti di uno che si considera ideologicamente orientato a “sinistra”…
 E tuttavia è incontrovertibile che la Taranto spartana non sia nata dalla fervida immaginazione di uno sceneggiatore hollywoodiano o, peggio, dalla fantasia malata di interessati agitatori nazisti! D'altra parte è anche vero che pensare di creare un brand, con un suo (prevedibile) appeal internazionale, per “spenderlo” in campo turistico, forse dovrebbe indurre a riflettere con maggior ponderatezza gli stessi promotori dell’iniziativa: al di là della sua fattibilità concreta, sulla quale mi permetto di avanzare qualche dubbio, tenuto conto dello scadente tessuto imprenditoriale locale, una proposta del genere non farebbe correre alla nostra città dei pericoli per certi versi analoghi a quelli dai quali si tenta encomiabilmente di sfuggire? Non si corre forse il rischio di assoggettare la nostra città, sia pure sotto mentite spoglie, a quella stessa logica di mercato che l’ha governata sinora, e di cui Taranto ha sempre pagato le conseguenze? In altri termini: ammesso che un simile progetto si realizzi, trasformare la città in una “Disneyland degli Spartani” è un’alternativa effettivamente auspicabile, oltre che credibile? Essa sarà probabilmente più sostenibile dal punto di vista ambientale rispetto alle attività economiche oggi in essere, ma potrebbe avere delle conseguenze sociali ed economiche non meno devastanti di quelle già subite in passato! Sto esagerando? Pensate al degrado sociale che ormai da decenni colpisce la popolazione locale (ormai quasi completamente espulsa dal centro storico) di una città iper-turistica come Venezia, e avrete un'idea abbastanza chiara di quello che intendo!
Che Taranto debba trovare un’alternativa alla monocultura dell’inquinamento (perché di ciò si tratta!), non c’è dubbio: è ormai diventata una questione di vita o di morte!
Che Taranto abbia l’urgente e ormai inderogabile necessità di ricostruire il proprio tessuto storico e culturale è altrettanto indubitabile: ne va dell’identità stessa di una città che voglia sfuggire a un destino di anomìa culturale che sembra quasi ineluttabile!
Ma le scorciatoie non risolvono i problemi: tutt'al più, e nella migliore delle ipotesi, possono soltanto prolungarne l’agonia!
Credo che il lavoro per ricostruire una propria identità storica e culturale sia molto più lungo e difficile: per affrontare seriamente un lavoro di questo genere forse dovremmo tutti (storici e non) renderci consapevoli che appunto Taranto è stata, ed è ancora, una colonia! Taranto ha perso la propria identità, la propria storia, la propria libertà, con la conquista romana: da allora in poi (vale a dire: sino ai giorni nostri) Taranto è, per così dire, uscita fuori dalla Storia, non ha fatto più storia, poiché la sua “storia”, in realtà, è stata decisa altrove, e fatta da altri, quelli che, dall’esterno, hanno scritto un’altra storia per Taranto, spacciandola per la “nostra” storia! Esempi concreti, per non rimontare alla notte dei tempi, sono chiaramente costituiti dall'insediamento dell’Arsenale e della base navale della Marina Militare nella seconda metà dell’Ottocento e, più recentemente, nella seconda metà del XX secolo, dall’Italsider (ora Ilva). Ed è appunto di questa espropriazione ciò di cui noi tutti, oggi, in ultima analisi, ci lamentiamo!  Se vogliamo, la stessa grottesca iniziativa di candidare Taranto a “Capitale europea delle cultura” per il 2019, naufragata ignominiosamente quanto inevitabilmente, è stata un ulteriore, chiaro sintomo della nostra sudditanza culturale, visto che è stata proposta, per evidenti interessi elettoralistici, dal Sindaco di Bari, piuttosto che dal nostro!
Sicuramente la storia di Taranto va rivalutata e salvaguardata: ma ciò vale per tutta la sua storia, non soltanto per una parte, sia pure importante, di essa! D’altra parte, come è facile intuire, avere alle spalle una storia plurimillenaria, come Taranto di fatto ha, significa che essa è assai stratificata  al suo interno e, pertanto, ogni semplificazione sarebbe oltremodo irresponsabile, oltre che anti-storica, soprattutto se fosse propugnata in nome di una malintesa fedeltà alle origini! Quanto appena affermato, per quanto necessario non è tuttavia ancora sufficiente, perché è altrettanto vero che una città (qualsiasi) non può vivere soltanto della sua storia, per quanto illustre essa sia: una città non può essere soltanto un museo o (peggio) un parco divertimenti a cielo aperto! Una città che ambisca a ritagliarsi un proprio ruolo anche all'interno del circuito turistico internazionale, deve essere una città viva, consapevole – certo - della propria storia, ma anche e direi, soprattutto capace di avere una propria voce, da farla vivere e interagire nella realtà odierna! Una città realmente consapevole di se stessa non costruisce una identità per scopi turistico-commerciali, quasi fosse un'attempata signora bisognosa di periodici ricorsi alla chirurgia estetica, ma lo fa in funzione e a misura dell’ambizione, della consapevolezza e della fattiva volontà dei propri cittadini, aperti a un continuo e proficuo scambio culturale con il mondo esterno! Solo questo processo può consentire ad una (qualsiasi) città di diventare appetibile anche agli occhi del turista, non il contrario!
Un esempio estremo, e certo inavvicinabile per Taranto, chiarirà immediatamente quello che intendo dire: una città come, ad es., New York ha forse avuto bisogno di creare un proprio brand per diventare quello che è? Ovviamente no! E non solo e non certo perché ha ben poca storia alle spalle (comunque nulla di paragonabile alla storia di Taranto), quanto piuttosto perché è stata capace di crearsi un proprio tessuto imprenditoriale e, di conseguenza, una vita e una identità culturale che ha pochi eguali al mondo! Ed è solo per questo motivo che New York è diventata la Grande Mela, cioè una delle mete turistiche più ambite! Non è stata La Grande Mela a creare il mito di New York!

Certo, ripeto, nessuno pretende che Taranto, per diventare una realtà degna di questo nome, debba scimmiottare New York (magari col simbolo de La Grande Cozza?) o qualsiasi altra capitale internazionale! Il significato di questo paragone sta semplicemente in questo: per diventare una realtà significativa, unica nel suo genere, Taranto non ha bisogno di iniziative estemporanee, quanto, piuttosto, di un lavoro lungo, paziente, difficile e diffuso, che crei nel tempo un tessuto socio-economico e culturale che metta capo, nel giro presumibilmente di qualche decennio, a una propria, ben individuabile identità, anche a livello internazionale. Per raggiungere l’obiettivo non basterà mettere una nuova statua al centro della piazza principale di Taranto, ma occorrono piuttosto scuole, università, centri di ricerca, giornali, riviste, teatri, imprenditori “illuminati”, editori, circoli intellettuali, una rete di movimenti spontanei e - perché no? - occorre anche una classe politica degna di questo nome e all'altezza del compito: tutti elementi indispensabili che, con buona pace dei pur volenterosi spartani locali, sono ancora tutti (o quasi) da costruire…
Tuttavia non è da credere che si debba partire da zero; infatti la strada è già stata aperta. In questi ultimi anni la nostra città ha vissuto un notevole salto culturale: è passata dalla monocultura industriale, impostale dall'esterno, e di cui quasi tutti andavamo più o meno acriticamente fieri, alla nascita di una nuova consapevolezza, quella di vivere piuttosto in una monocultura dell'inquinamento. Questa nuova consapevolezza, frutto di numerose e importanti mobilitazioni della cittadinanza, si sta prepotentemente facendo strada nella coscienza comune dei tarantini. Questo è indubbiamente un trampolino di lancio (non certo l'unico!) dal quale partire, per rilanciare non solo una nuova immagine, ma soprattutto per sviluppare una nuovo progetto per la città, attraverso il quale essa possa finalmente aprirsi non semplicemente al "futuro", bensì a un futuro diverso, frutto di una scelta autonoma, per dar vita a una nuova epoca nella Storia di Taranto!

venerdì 5 settembre 2014

La buona scuola di Renzy's

Una prima riflessione sul titolo: “La buona scuola – Facciamo crescere il Paese”.
Per iniziare, non possiamo far a meno di notare quanto sia singolare il fatto che la proposta di “riforma” della scuola partorita dall’attuale Governo, porti un titolo non burocratico, bensì uno squisitamente ideologico. A prima vista si tratta di un titolo che potrebbe essere superficialmente interpretato come “buonista”, com’è nella migliore tradizione piddina. Tuttavia, crediamo, a nessuno potrà sfuggire il retrogusto logico di questo apparente buonismo: se la scuola “buona” fa crescere il Paese, chi è contro questa “riforma” è, invece, fautore di una scuola cattiva e, quindi, in realtà vuole porsi come ostacolo alla crescita del Paese (non a caso siamo in recessione, e qualcuno potrebbe sentirsi autorizzato a pensare che sia tutta colpa della scuola)! Ma la cosa più stupefacente, che nelle intenzioni dovrebbe spiegare il motivo del titolo, viene dalle prime parole dell’Introduzione. Perché all’Italia serve la scuola “buona”? Perché - questa è la risposta - essa deve essere capace di “sviluppare nei ragazzi la curiosità per il mondo e il pensiero critico. Che stimoli la loro creatività e li incoraggi a fare cose con le proprie mani nell’era digitale”! Quindi, l’assunto di partenza, per il quale si rende necessaria la riforma, è che la scuola cattiva sinora non è stata in grado di stimolare la curiosità dei ragazzi e lo sviluppo del pensiero critico! Evidentemente Renzi, e lo staff del MIUR che ha redatto questo documento, ha in mente la scuola dell’epoca di De Amicis, o quella del libro e moschetto, e quindi la soluzione del problema va ricercata nella capacità di iniettare nel corpo docente, cioè in corpore vili, quella giusta dose di spirito di iniziativa, di avventura e di sacrificio che sono propri del mondo scoutistico! E vogliamo parlare del “fare cose con le proprie mani nell’era digitale”? A parte la sensazione piuttosto consistente, e comunque sgradevole, di una palese contraddizione logica che questa infelice espressione evidenzia, ma, la domanda reale è: sinora chi ha impedito alla scuola italiana di entrare nell’era digitale? I “cattivi maestri” o i Governi che negli ultimi anni hanno badato soltanto a tagliare a mani basse le risorse ad essa destinate? Infine, la domanda delle domande! Perché il Paese ha bisogno di questa riforma? Perché essa si propone di “dare al Paese una Buona Scuola dotandola di un meccanismo permanente di innovazione, sviluppo, e qua­lità della democrazia”! Vediamo più da vicino questo “meccanismo”!
Cap. 2 Le nuove opportunità per tutti i docenti: formazione e carriera nella buona scuola
Al centro del progetto renziano troviamo la necessità di dare impulso alla “qualità” del docente, i quali dovranno essere “valutati e responsabilizzati pubblicamente”, e dai quali “ci si aspetta che non insegnino solo un sapere co­dificato (più facile da trasmet­tere e valutare), ma modi di pensare (creatività, pensiero critico, problem-solving, ecc.)”. A tal fine verrà creato “un gruppo di lavoro dedicato e composto da esperti del settore [che] lavorerà per un pe­riodo di tre mesi per formulare il quadro italiano di compe­tenze dei docenti nei diversi stadi della loro carriera”!
 Come si opererà concretamente per realizzare questo tipo di competenze, delle quali sino ad ora la scuola italiana era evidentemente a digiuno?
“I docenti devono essere i pri­mi a potersi giovare di una formazione costante”, che non sia di ostacolo alla continuità didattica come sinora avvenuto”! Pur non riuscendo a comprendere come, sino ad ora, la formazione sia stata di ostacolo alla didattica, facciamo finta di nulla e chiediamoci: di che cosa si “gioveranno” i docenti? “Al docente va offerta l’opportunità di continuare a riflettere in maniera sistema­tica sulle pratiche didattiche; di intraprendere ricerche; di valutare l’efficacia delle prati­che educative e se necessario modificarle; di valutare le pro­prie esigenze in materia di for­mazione; di lavorare in stretta collaborazione con i colleghi, i genitori, il territorio”.
Ammesso e non concesso che, sino ad ora, i docenti non abbiano mai fatto riflessioni di questo tipo, tutti concentrati com’erano sugli scatti automatici di carriera, la domanda che a questo punto si impone è la seguente: ma è proprio vero che i docenti si “gioveranno” di questa nuova “opportunità” che viene loro così generosamente “offerta”? La risposta, inopinata, giunge immediatamente: “Per fare questo, bisogna ren­dere realmente obbligatoria la formazione, e disegnare un sistema di Crediti Formativi (CF) da raggiungere ogni anno per l’aggiornamento e da lega­re alle possibilità di carriera e alla possibilità di conferimen­to di incarichi aggiuntivi”. Ora, anche coloro che si occupano con tenacia e costanza di problem solving devono riuscire a spiegare come si riesca ad “offrire una opportunità”, da un lato, e renderla, dall’altro, obbligatoria per la progressione di carriera! Chiaramente ciascuno di noi è anche libero di rifiutare un'offerta così generosa, ma lo scotto da pagare sarà quello di rinunciare a un’altra opportunità: quella della progressione economica per anzianità di servizio! D’altro canto perché accanirsi nel ricercare una progressione economica, se gli stipendi sono quelli pubblicati a p. 49 del documento buonista? Quella che segue è infatti la tabella dei nostri emolumenti, secondo la visione renziana, davvero idilliaca, del mondo della scuola:



Ci chiediamo da dove Renzi, la Giannini o chi per loro abbiano ricavato una simile tabella?! Dal paese di Bengodi? Dall’ARAN tedesco o da quello inglese? Per quello che ne sappiamo i nostri compensi, fermi all’ultimo contratto stipulato nel 2009, sono invece i seguenti (N.B.: ad essi dovrà essere aggiunta la 13^ mensilità):


Due soli esempi per capire l’abisso esistente tra queste due tabelle. Prendiamo la posizione del docente laureato di scuola sec. di II°, con
anzianità da 0 a 2 anni: tabella buonista: prenderebbe 34.400 euro;
   tabella Aran: prende, in realtà, 20.973 euro! con
anzianità da 35 a…….: tabella buonista: prenderebbe 53.985 euro;
   tabella Aran: prende, in realtà, 32.912 euro!
Anche volendo aggiungere alle cifre del contratto reale (ARAN) la 13^ mensilità, si comprende bene l’abisso esistente tra realtà e fantasia buonista renziana! Ed è così per ogni scaglione o tipologia di lavoratore della scuola!
A quale scopo divulgare una simile, plateale menzogna?

Ma facciamo un passo avanti e chiediamoci per quale motivo dovremmo aderire alle nuove opportunità di carriera offerteci? Come dice il documento, intanto dovremo cogliere quest’attimo fuggente al fine di uscire dal “grigiore dei trattamenti indifferenziati”, che ci hanno obbligato sinora ad “accontentarci delle prospet­tive di carriere fondate sul mero dato dell’anzianità”.
            Queste parole potranno indurre qualcuno a credere che d’ora in avanti l’anzianità di servizio perderà la centralità che ha avuto sinora nella progressione stipendiale, per acquisire uno status subordinato rispetto al nuovo meccanismo di progressione che si intende introdurre, per affiancarlo. SBAGLIATO! La progressione per anzianità verrà semplicemente ABOLITA! NON ESISTERÀ PIÙ!
Essa sarà sostituita erga omnes da un nuovo meccanismo, che definire perverso è dir poco! Esso, infatti, si fonderà su dei crediti, che vengono così delineati:

 

 
Come si può facilmente intuire, da queste nuove disposizioni non solo sparisce l’anzianità di servizio, ma, di conseguenza, anche il lavoro che si svolge all’interno delle classi: un docente appena assunto e uno con 30 anni di servizio alle spalle sono, come ogni buonista sa, perfettamente identici, perché in realtà sono trascorsi, come insegna la relatività einsteniana col “paradosso dei gemelli”, 30 anni di vuoto assoluto!
In compenso, che cosa verrà premiato? In primo luogo la “qualità didattica”, che però il documento si guarda bene dal definire, nonché di spiegare come essa potrà mai essere “certificata” e, ovviamente, anche dall’opportunità di cogliere l’obbligatorietà della formazione “in servizio”; infine, entrano nella lista anche i crediti “PROFESSIONALI”: una definizione accattivante, astutamente utilizzata per definire tutte quelle attività che non hanno proprio nulla a che fare con la didattica reale e che, quindi, non hanno, in realtà, alcun carattere professionalizzante!

Veniamo all’ultima questione. A che cosa servirà accumulare questi crediti? Come abbiamo già detto essi costituiranno l’unica condizione indispensabile per accedere alla progressione economica! Come infatti viene specificato: “Periodicamente, ogni 3 anni, due terzi (66%) di tutti i do­centi di ogni scuola (o rete di scuole) avranno diritto ad uno scatto di retribuzione. Si tratterà del 66% di quei docenti della singola scuola (o della singola rete di scuo­le) che avranno maturato più crediti nel triennio pre­cedente”!
            Quindi, se è vero che, secondo le nuove disposizione, si potrà accedere agli aumenti soltanto grazie all’accumulo di “crediti”, ciò però non sarà comunque vero per tutti, ma solo per il 66% del corpo docente! Ma con quale meccanismo? Con quello che il documento definisce ipocritamente un “incentivo sano” (p. 58). Il 66% degli aventi diritto sarà infatti costituito – rileggiamo – da coloro “che avranno maturato più crediti nel triennio pre­cedente”! In altre parole, “l’incentivo sano” sarà una guerra di tutti contro tutti fra chi accumula più crediti degli altri!! Ma perché  tale incentivo riguarderà “solo” il 66% del totale? Lo spiega lo stesso documento con un candore che fa quasi dimenticare la spudoratezza dell’ammissione: “Le risorse utilizzate per gli scatti di competenza sa­ranno complessivamente le stesse disponibili per gli scatti di anzianità, distri­buite però in modo diffe­rente secondo un sistema che premia l’impegno e le competenze dei docenti. Ciò consente all’operazione di non determinare oneri aggiuntivi a carico dello Stato”!!!
Infatti, dal 2015 saranno totalmente aboliti gli scatti di anzianità automatici, e la nuova normativa premiale entrerà in vigore solo nel 2018!

Quindi, in mancanza di aumenti contrattuali (appena ribadita dal Min. Madia per la P.A.), senza scatti di anzianità, il 66% di volenterosi che si assoggetteranno docilmente o meno al nuovo meccanismo premiale, dovranno comunque attendere il 2018 per vedere i primi 60 eurini in saccoccia, maturati non solo grazie ai punti accumulati, facendo le scarpe agli altri, ma soprattutto grazie ai risparmi di spesa che lo Stato avrà nel frattempo accumulato ai danni di tutto il comparto scuola!

giovedì 4 settembre 2014

L'Inferno di Machiavelli


Vero è che io so che io sono contrario, come in molte altre cose, all’oppinione di quelli cittadini: eglino vorrieno un predicatore che insegnasse loro la via del Paradiso, et io vorrei trovarne uno che insegnassi loro la via di andare a casa del diavolo; vorrebbono appresso che fosse huomo prudente, intero, reale, et io ne vorrei trovare uno più pazzo che il Ponzo, più versuto che fra Girolamo, più ippocrito che frate Alberto, perché mi parrebbe una bella cosa, et degna della bontà di questi tempi, che tutto quello che noi habbiamo sperimentato in molti frati, si sperimentasse in uno; perché io credo che questo sarebbe il vero modo ad andare in Para­diso: imparare la via dello Inferno per fuggirla.
NICCOLÒ MACHIAVELLI, Lettera a F. Guicciar­dini, 17 maggio 1521 (a cura di G. Inglese, Milano, 1989, p. 290).




Niccolò Machiavelli (1469-1527) iniziò la stesura del Principe nella seconda metà del 1513. I 26 capitoli di cui l’opera si compone furono scritti di getto, tanto che l’opuscolo fu terminato poco prima di Natale, come si evince da una famosa lettera inviata all'amico Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino presso la Santa Sede[1].
Benché Machiavelli avesse lavorato per lungo tempo alla Seconda Cancelleria del Gonfaloniere Pier Soderini, fiero avversario politico dei Medici, il de Principatibus è dedicato a Lorenzo di Piero dei Medici, nel tentativo di in­graziarsi i ritrovati signori di Firenze, senza però indulgere al servilismo di prammatica nelle dediche dell’epoca. 
Pier Soderini
Lorenzo di Piero de Medici


Papa Leone X

Questo atto va infatti letto come il primo indizio, offerto al lettore, di quel realismo che aveva sempre caratte­rizzato il costume politico del Nostro e che rappresenterà la cifra più signi­ficativa dell’opera appena portata a termine. Il nuovo signore di Firenze, infatti, nipote dell’allora sedente papa Leone X, in virtù della situazione geo-politica di cui godeva senza merito, era strategicamente meglio situato di chiunque altro per mandare a effetto la perorazione con la quale Ma­chiavelli, come vedremo, concluderà l’opera. D’altra parte, la consapevolezza di essere ancora in grado di offrire un valido contributo alla vita politica della sua città aveva esacerbato il suo animo, e aveva a tal punto acuito il peso per l’esilio, cui fu costretto dal ritorno dei Medici, e dall’ingiusto coinvolgimento in un complotto anti-mediceo, che Machia­velli sarebbe stato disposto a qualsiasi compromesso pur di rimettersi in giuoco, nonostante gli amarissimi giorni di prigionia e torture conosciuti. Ma il suo appello, come sappiamo, rimarrà sostanzialmente inascoltato, per il sospetto che ancora pesava sulla sua passata esperienza repubbli­cana, oltre che per l’insipienza del nuovo signore di Firenze.
Il carattere rivoluzionario dell’opera risulta evidente sia sul piano dei metodi che su quello dei contenuti. Essa rappresenta la summa dell’esperienza di acuto osservatore dei fatti politici che Machiavelli aveva “imparata (…) con lunga esperienza delle cose moderne e continua lezione delle antiche”[2]. Egli condurrà, infatti, una indagine di carattere oggettivo sulla realtà per quella che essa è e non per quello che si immagina debba essere dal punto di vista morale: non l’ideale, bensì la “realtà effettuale” costituirà il nucleo intorno al quale la teoria politica doveva d’ora in poi trovare il proprio ancoraggio, sganciandosi – se necessitata – dalla morale comune.
Ma quali sono i temi di cui si occupa concretamente l’opera? Annun­ciandone la stesura, Machiavelli riferirà al Vettori che in essa: “io mi pro­fondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subbietto, disputando che cosa è principato, di quale spetie sono, come e’ si acquistono, e’ si man­tengono, perché e’ si perdono”[3]. A tale scopo, l’opera delinea preliminar­mente una tipologia di principati, sorvolando sulle caratteristiche della re­pubblica, delle quali, invece, Machiavelli si occuperà lungamente soltanto nei Discorsi, la cui stesura sarà interrotta appunto per far luogo al Principe.
È noto che per Machiavelli i principati possono configurarsi come ereditari, misti, e nuovi: di ciascuno vengono individuate le caratteristiche salienti. Il Nostro concentra però la sua attenzione sui principati di nuova costituzione, appunto a significare che la creazione di un nuovo principato, che superasse i particolarismi, avvitatisi in una spirale di perenne conflitto, era l’unica via, difficile ma praticabile, per creare anche in Italia uno Stato sufficientemente ampio e potente da respingere le mire espansionistiche degli Stati d’Oltralpe: le “malvietate Alpi”, di cui parlerà il Foscolo nei Sepolcri, costituivano infatti un ostacolo geografico facilmente superabile, poiché gli staterelli italiani non erano in grado di opporre alcun argine politico-militare che impedisse di essere travalicate dai potentati stranieri alla spa­smodica ricerca di facili e succulente prede.
 
Ugo Foscolo
Ma quali erano le difficoltà che un simile progetto doveva fronteg­giare? Per averne un’idea, vediamo come Hegel le riassunse qualche se­colo dopo:
G. W. F. Hegel

In questo periodo di sventura, quando l’Italia correva incontro alla sua miseria ed era il campo di battaglia delle guerre che i principi stranieri conducevano per im­padronirsi dei suoi territori, ed essa forniva i mezzi per le guerre e ne era il prezzo; quando essa affidava la propria difesa all’assassinio, al veleno, al tradimento, o a schiere di gentaglia forestiera sempre costose e rovinose per chi le assoldava, e più spesso anche temibili e pericolose – alcuni dei capi di esse ascesero al rango princi­pesco -; quando tedeschi, spagnoli, francesi e svizzeri la mettevano a sacco ed erano i gabinetti stranieri a decidere la sorte della nazione, ci fu un uomo di stato italiano che, nel pieno sentimento di questa condizione di miseria universale, di odio, di dis­soluzione e di cecità, concepì, con freddo giudizio, la necessaria idea che per salvare l’Italia bisognasse unificarla in uno stato, con rigorosa consequenzialità egli tracciò la via che era necessaria, sia in vista della salvezza sia tenendo conto della corruttela e del cieco delirio del suo tempo, e invitò il suo principe a prendere su di sé il nobile compito di salvare l’Italia, e la gloria di porre fine alla sua sventura. (…)

Alla luce di queste considerazioni vedremo che

Il Principe si deve leggere avendo ben presente la storia dei secoli precedente a Machiavelli, e quella dell’Italia a lui contemporanea: allora non soltanto il Principe sarà giustificato, ma esso comparirà come una grandissima e vera concezione, nata da una mente davvero politica che pensava nel modo più grande e più nobile[4].

Il nostro intento sarà appunto quello di enucleare succintamente le li­nee teoriche principali della “grandissima e vera concezione” che l’opera presenta.
Una volta esaminati i modi in cui si acquista uno Stato, Machiavelli passa a trattare dei problemi concernenti il mantenimento dello Stato, ossia tutti gli ‘artifici’ che il Principe deve mettere in atto se vuole mantenersi saldamente al potere. Uno dei problemi che si presentavano a tale riguardo era evidentemente costituito della difesa dello Stato. Per Machiavelli il problema più acuto dell’Italia dell’epoca era quello rappresentato dalle truppe mercenarie, alle quali gli imbelli signori italiani facevano periodicamente ricorso, nel tentativo di ritagliarsi un potere più ampio a discapito del nemico di turno. Sempre pronte a prestare i propri servigi al miglior offerente, e, dunque, a disfare quello che avevano “costruito” al soldo di altri, le truppe mercenarie sono considerate da Machiavelli una vera e propria “ruina d’Italia””[5]. 


Tale pro­blema potrà risolversi solo quando lo Stato si fonderà su milizie composte esclusivamente dai suoi cittadini, sottoposte al comando del Principe; non a caso la fondamentale preoccupazione di quest’ultimo deve essere ap­punto quella di impadronirsi dell’arte della guerra[6]. Soltanto a queste condi­zioni le milizie cittadine saranno in grado di sopportare tutti i sacri­fici necessari per la difesa della propria città: poiché non sarà più la sete di denaro, bensì l’amor di Patria a sostenere la volontà di combattere.
Tuttavia, la preoccupazione fondamentale del Principe è quella di adottare tutte le strategie necessarie per difendere il proprio potere, una volta impadronitosene. Quella che ci introduce nell’arte della politica è senza alcun dubbio la parte più originale dell’opera. In essa vengono ana­lizzate le qualità del principe con un discorso che ci immette immediata­mente in quella che, come sarà chiarito più avanti, dovremo considerare la sfera morale legittimamente attribuibile all’azione politica. Machiavelli si farà acuto indagatore di questa tematica, alla luce di una nuova prospettiva metodologica, elaborata in radicale rottura con la tradizione.
Affinché la condotta del Principe sia all’altezza del compito, la regola aurea cui si deve scrupolosamente attenere è che egli svolga sempre la sua azione politica avendo ben presente il mondo dell’essere, piuttosto che quello del dover-essere. Da questa premessa fondamentale discende l’esigenza di costruire, senza infingimenti, la figura del principe con spietato realismo. Nel momento in cui dovrà scendere nell’agone politico, il nuovo principe non dovrà essere guidato dall’ossessiva preoccupazione di conformare la pro­pria condotta ai dettami della morale corrente. Sulla base di una conce­zione profondamente pessimistica dell’uomo, e nel convincimento che soltanto uno Stato forte possa costituire un reale rimedio all’iniquità, che è caratteristica costante del comportamento umano, nasce la figura di un principe che sia parsimonioso, piuttosto che liberale; crudele al momento opportuno e che non rifugga neppure dall’assassinio politico, se necessi­tato; che sia temuto piuttosto che non rispettato. In altre parole, in Machia­velli si fa per la prima volta strada l’idea che, data la crudeltà della natura umana, una politica realistica ed efficace non potrà misconoscerne il ruolo, ma dovrà anzi tenerne organicamente conto e, quindi, essa dovrà fondarsi non sull’assenza di regole (morali), né, tanto meno, sull’esclusivo utilizzo di una condotta immorale, come è stato sovente attribuito alla sua teoria, ancorché a sproposito, bensì su regole di condotta proprie, le quali, ap­punto per questo possono anche non coincidere con quelle prescritte dalla morale religiosa: l’essere ‘buono’ può portare alla “ruina” di un principe; al contrario, l’inganno o l’assassinio può salvare uno Stato[7]. Certo, come è facile comprendere, si tratta di questioni di estrema delicatezza, visto che la decisione di operare in un senso piuttosto che in un altro, e la scelta de­gli strumenti più idonei alla conduzione dello Stato, sono lasciati all’arbitrio del singolo principe. Ma è appunto per educarlo alla virtù poli­tica che Machiavelli si propone con i suoi argomenti, disposti secondo le regole della retorica antica e medioevale, all’interno però di un apparato teorico del tutto innovativo.
Diversamente da quanto era accaduto sino a quel momento in campo teorico, Machiavelli prende atto della separazione o autonomia esistente nella realtà quotidiana tra la sfera della politica e quella della morale. Ciò nonostante egli non si preoccupa di escogitare una soluzione teorica che riesca, per così dire, a realizzare un ‘compromesso’ accettabile tra le esi­genze della morale comune e quelle di un’azione politica efficace, né, nel caso in cui questa via si rivelasse impraticabile, di “correggere” gli aspetti immorali della realtà, poiché la sua concezione non discende da presuppo­sti ideali, né, tanto meno, si propone di realizzarli, ma è piuttosto improntata all’interpretazione della Storia nella sua dimensione di vita politica activa, la quale implica una sua propria morale o per dirla in termini più moderni, implica l’autonomia del politico[8].
È evidente che Machiavelli non fosse interessato alla formazione del buon cristiano, che la tradizione umanista considerava invece un presuppo­sto indispensabile per chiunque si proponesse di edificare uno Stato per­fetto, per quanto utopico, poiché l’esigenza primaria che egli persegue è piuttosto quella di formare il buon Principe: se la religione è soltanto un elemento, tra i tanti, che entra in giuoco nella sua educazione, il primo e indispensabile dovere che egli dovrà perseguire sarà invece quello di im­padronirsi dell’arte della politica[9]. Anche per questo motivo, nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, il Nostro polemizzerà aspramente con Sa­vonarola, il quale era incline a dare una impostazione esclusivamente mo­ralistico-religiosa ai problemi politici che angustiavano l’Italia. 

La “ruina d’Italia” non era causata dai peccati (religiosi) degli uomini, come preten­deva Savonarola, ma era piuttosto la conseguenza dei ‘peccati’ politici del Principe, che andavano valutati ben più severamente: se dei primi anche i Principi avrebbero dovuto rendere conto a Dio, una volta giunti al suo co­spetto, sperando nel Suo perdono, dei secondi, invece, il Principe avrebbe dovuto rendere conto anche al suo popolo, poiché su quest’ultimo si ab­batteranno le conseguenze nefaste di una condotta sbagliata. In questo caso, però, egli difficilmente sarebbe sfuggito alla dannazione eterna. Di fronte a questa fattispecie di peccati, lo stesso Savonarola era invece teori­camente disarmato, appunto in virtù della sua sudditanza dottrinale nei confronti della morale cristiana: egli avrebbe potuto invocare soltanto una punizione divina, dal carattere inevitabilmente apocalittico (tale, cioè, da coinvolgere vittime e carnefici), senza tuttavia riuscire a trovare alcun reale rimedio ai mali denunciati. La morale religiosa, infatti, gli impediva di tracciare un preciso discrimine tra gli obblighi della fede e le dure ne­cessità della politica, asservendo questa a quella: non a caso Machiavelli lo definirà un “profeta disarmato”[10], nonostante il notevole acume dimostrato nel prevedere le sventure che incombevano sulla città di Firenze ma, so­prattutto, sulla Chiesa, a causa della dilagante immoralità di cui essa era preda.
Come è immaginato il Principe dal Machiavelli? “Sendo dunque ne­cessitato uno principe sapere bene usare la bestia” egli è visto come il mi­tico centauro, che “debbe di quelle pigliare la golpe e il lione, perché el lione non si difende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi; bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci e lione a sbigottire e’ lupi”[11].
La capacità di dosare raziocinio e forza, l’astuzia della volpe e la fe­rocia del leone, in una alchimia che si adegui costantemente al mutare delle circostanze, è ciò che, in ultima analisi, costituisce la virtù (politico-morale) del principe, al quale, evidentemente, non è consentito assumere – per rimanere all’interno della stessa metafora – l’atteggiamento di un agnello che offra, senza combattere, le proprie carni ai lupi.
D’altra parte, la dialettica in cui si muove il Principe è quella che si realizza tra le opposte forze della “virtù” e della “Fortuna”, che possiamo tradurre, in prima approssimazione, in opposizione tra razionale e caso: dialettica che verrà analizzata nel cap. XXV.
La virtù del principe consiste nell’essere sì prudente ma, quando il caso lo richiede, anche audace e feroce. Questa condotta gli permetterà di affrontare e volgere a proprio favore almeno quella metà degli eventi che è razionalmente dominabile dagli uomini, sottraendoli all’influsso determi­nante della Fortuna[12]: quest’ultima è riconducibile al caso, nel senso che fini­sce col coincidere con la “qualità dei tempi”, ossia con la situazione storica concreta: soltanto una precisa conoscenza di quest’ultima consentirà di programmare con mag­gior accuratezza l’azione futura. Pertanto, la Fortuna potrà essere domi­nata soltanto da un principe ‘virtuoso’, beninteso, nel significato politico (e non moralistico) dell’aggettivo: soltanto se sarà in grado di volgere a pro­prio vantaggio la ‘qualità dei tempi’, egli potrà sperare di superare le insi­die del caso e, perciò, conquistare il potere, mantenendolo saldamente, al fine di creare uno Stato nuovo. Al contrario, la fortuna “dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle”[13]. Da questa premessa di­scende la conseguenza importante che “Quel principe che si appoggia tutto in sulla fortuna, rovina, come quella varia. Credo, ancora, che sia felice quello che riscontra il modo del procedere suo con le qualità de’ tempi. Ma, se li tempi e le cose si mutano, e’ rovina, perché non muta modo di procedere”[14].
Guido Reni, La Fortuna

Qui si pone, dunque, un problema cruciale: qual è per Machiavelli lo strumento migliore per accordare (o adeguare) la conduzione del governo alla “qualità de’ tempi”? Machiavelli ne parlerà diffusamente soltanto più tardi, cioè nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, dove si imporrà un esplicito rimando all’esperienza della Roma repubblicana: diversamente da Firenze, dove degenerarono in violente lotte di fazione, qui i contrasti po­litici condussero a una evoluzione positiva degli ordinamenti dello Stato. In altri termini, la lotta politica è vista come un bene da preservare, e la forma di governo che può meglio sfruttare le sue caratteristiche è indiscu­tibilmente costituita da un governo repubblicano; diversamente da un go­verno retto dal singolo principe, esso risulta inevitabilmente più duttile, potendo più agevolmente di quello mutare indirizzo politico, adeguandolo al “mutare de’ tempi”. In questo senso, d’altra parte, si intuisce che il Prin­cipe non debba necessariamente essere personificato da un singolo indivi­duo, poiché può altrettanto bene materializzarsi in una istituzione sovrana e di governo che trascenda il singolo.
Francesco Giucciardini
L’apologia dello scontro politico da parte del Machiavelli fece scan­dalo alla sua epoca, tanto da essere stigmatizzata dal Guicciardini, che tuttavia fu indotto a quella presa di posizione verosimilmente a causa della “qualità de’ tempi” in cui fu costretto a vivere: cioè in un’Italia che, non avendo imparato nulla dalla propria Storia[15], continuava ad essere dilaniata dalle lotte di fazione e, perciò, era facile preda delle potenze straniere; esattamente quello contro cui aveva invano tentato di combattere Machia­velli con la sua attività politica, prima, e teorica, poi. Da questo punto di vista, e tenuto conto del fatto che Machiavelli morirà solo poche settimane dopo il sacco di Roma, operato dai Lanzichenecchi al soldo dell’Imperatore nel 1527, non possiamo non ammettere che il suo pro­gramma politico esca comunque sconfitto dalla Storia del suo tempo, senza che ciò diminuisca tuttavia la portata rivoluzionaria del suo progetto teorico. Infatti, non diversamente da quanto accadrà al marxismo, tutte le teorie politiche, specie quelle che più consapevolmente pongono l’esigenza di aderire alla realtà, finiscono inevitabilmente col pagare pegno al dover-essere, in quanto non potranno mai esaurire l’universo empirico dei fatti, tentando di dominarlo teoricamente[16]. L’unità italiana, che costitui­sce lo scopo fondamentale de Il Principe, esprimeva, purtroppo, ancora e soltanto un ideale retorico, poiché neppure il metodo realistico, così attentamente perseguito, permetterà a Machiavelli di individuare la strada che avrebbe condotto alla sua realizzazione concreta. D’altra parte, ma questo Machiavelli non poteva saperlo, dopo la scoperta dell’America, il centro della Storia del Mondo si stava ormai spostando verso l’altra sponda dell’Atlantico…
Il Sacco di Roma

Il cap. XV, dal titolo: “Delle cose per le quali gli uomini e, in parti­colare, i principi sono lodati o vituperati”, costituisce senza alcun dubbio il centro nevralgico di tutta l’opera. In apertura Machiavelli esplicita la ne­cessità di rimettere in discussione il modo in cui la tradizione umanista aveva inteso la teoria politica, e dunque parte dall’esigenza, che egli sentì vivissima, di marcare nettamente la differenza teorica esistente tra sé e i propri predecessori.
Egli vuole scrivere delle qualità e dei modi che un principe deve as­sumere nei confronti dei propri sudditi. Tuttavia Machiavelli si accinge a farlo, come scrive, “partendomi massime… dagli ordini altrui”[17]. In altri termini, egli avverte l’esigenza di distinguere radicalmente il proprio me­todo di indagine da quello adottato dai suoi predecessori, benché non escluda che, ripudiandone l’eredità ‘teorica’, potrà essere considerato un presuntuoso.
In che cosa Machiavelli si distingue dagli altri e, soprattutto, per quale motivo considera questa esigenza così urgente da attuare, tanto da ri­schiare anche l’insulto? La risposta a questa domanda ci catapulterà nel cuore stesso del problema, permettendoci finalmente di comprendere quale sia la novità teorica che Il Principe esibisce.
A differenza dei suoi predecessori, ma non diversamente da quanto lo stesso Principe, ammaestrato dalla sua opera, dovrebbe imparare a fare, Machiavelli intende “andare dietro alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa”[18]. Con questa affermazione Machiavelli rimette ra­dicalmente in discussione tutta la tradizione precedente. 
Raffaello Sanzio, Platone (da La scuola di Atene)

Infatti, i filosofi antichi, come, ad esempio, Platone, o i trattatisti formatisi in ambiente umanistico “si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti e conosciuti in vero essere”[19]; essi, in altri termini, erano capaci di immaginare un mondo ideale, “tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere”[20], da non essere in alcun modo in grado di dirci come il mondo reale potesse concretamente trasformarsi in quello da loro immagi­nato: d’altra parte, è appunto questa la caratteristica saliente di ogni utopismo. Come è facile intuire, se il problema fosse circoscritto, come era tipico della tradizione precedente, al solo piano teorico, questa premessa non provocherebbe conseguenze particolarmente rilevanti sul piano pratico. Se qualcuno ardisse invece mettere in pratica tali ricette, questa volta le con­seguenze sarebbero gravissime sul piano strettamente politico, perché “colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara più presto la ruina che la preservazione sua”[21]. Ed è appunto per evitare que­sti pericoli che agli occhi di Machiavelli si impone una radicale resa dei conti con la tradizione. Machiavelli intende perciò parlarci con “freddo realismo” del mondo reale: sia sul piano teorico che su quello propria­mente politico, con l’inusitato tentativo di riunire, per la prima volta, teoria e prassi[22]. Da questa premessa empirica, interpretata alla luce degli exem­pla tratti dalla storia antica e moderna, emerge, cioè, la sintesi costituita dalla sua nuova teoria politica, che è indissociabile da una nuova considerazione politica della morale. Essa servirà non solo a procedere oltre l’astrattezza teorica dei suoi predecessori, ma soprattutto a sostenere concretamente il Principe nell’adeguamento della propria condotta, allo scopo di rovesciare la Fortuna e le passioni umane che vi sono indissolubilmente coinvolte, per condurre in porto il suo progetto. Quale?
Rinviamo la risposta a questa domanda a fra poco, concentrando, in­vece, ancora una volta la nostra attenzione sulla questione del “metodo”.
Come abbiamo visto, l’esigenza di un rinnovamento metodologico si pone non soltanto per motivi teorici, solo apparentemente astratti, ma so­prattutto perché, nel passaggio dalla teoria alla pratica, cioè all’azione po­litica concreta che un principe virtuoso dovrebbe adottare, chi rimane le­gato all’ideale, invece di attenersi alle concrete vicende che la realtà pro­pone, “troverrà qualche cosa che parrà virtù e seguendola sarebbe la ruina sua”[23]. In altri termini, Machiavelli sembra dirci che se nella vita politica attiva ci si dovesse attenere all’applicazione coerente, quanto pedissequa, dell’ideale cristiano, che prescrive di perseguire sempre il “bene”, rifug­gendo il male, l’esito inevitabile sarà la sconfitta, a causa dei “tanti che non sono buoni”[24]. Contrariamente a quello che il comune buon senso re­puta ovvio, Machiavelli era infatti convinto che la Fortuna si accanisse contro i ‘buoni’, i quali pretendevano mantenere comunque intatta la loro purezza d’animo, nonostante l’impegno nella vita politica, favorendo invece i progetti dei virtuosi, cioè di coloro la cui audacia politica e com­portamentale era invariabilmente bollata come immorale. È, perciò, evi­dente che una visione del genere mal si conciliasse con la morale corrente, e anzi rendeva inevitabile un capovolgimento dei suoi comandamenti o un autonomizzarsi da essi. Ma la questione è appunto questa: tale capovolgi­mento va perseguito sempre e comunque?
A questo punto viene avanzata da Machiavelli una considerazione che, come vedremo, avrà delle importanti ripercussioni ai fini di una ade­guata interpretazione del suo pensiero. Infatti, egli aggiunge che sarebbe cosa “laudabilissima che il principe conservasse tutte le qualità buone” - quali sono prescritte al buon cristiano -, ma ciò non è realisticamente pos­sibile, “per le condizioni umane che non lo consentono”[25]. In altre parole, Machiavelli sembra dirci che il Principe, piuttosto che rendere (sterile) te­stimonianza delle proprie “qualità buone”, come la trattatistica politica e la retorica del tempo auspicavano per ciascuna delle sue decisioni di go­verno, deve invece concentrarsi nella comprensione della realtà effettuale, al fine di escogitare il modo migliore per intervenirvi: per questo motivo egli non potrà disdegnare il ricorso a quelli che la morale corrente consi­dera dei “vizi”, quando lo reputerà indispensabile per mantenere e rendere più saldo il proprio controllo sullo Stato. In altri termini l’uso della forza, dell’astuzia, del male, è per Machiavelli uno strumento realisticamente ir­rinunciabile tra i tanti che la lotta politica richiede. Se il Principe sarà in grado di utilizzarli oculatamente, per conseguire il proprio obiettivo, egli dovrà a giusto titolo essere considerato un Principe virtuoso, capace di adottare le decisioni più sagge al momento opportuno.

Come abbiamo visto, in queste frasi emerge la visione pessimistica che Niccolò ebbe “delle condizioni umane”, cioè il suo fermo convinci­mento del carattere bestiale della natura umana. Precisamente da questa premessa antropologica egli fa discendere la necessità di distinguere tra morale e politica, appunto perché l’esigenza che guidava Machiavelli – a cui si dedicò la sua “mente davvero politica” - non era quella di creare un’umanità nuova o uno Stato ideale, bensì di realizzare un progetto poli­tico più circoscritto, ma non per questo meno ambizioso, date le circo­stanze: il progetto del Principe è infatti quello di costruire un’Italia libera dai barbari – spagnoli, francesi e tedeschi, le cui rivalità dominavano la scena politico-militare del Belpaese -, unificandola sotto un’unica autorità. Benché la visione di un Machiavelli cinico o immorale sia ormai talmente diffusa da essersi trasformata in un luogo comune, nondimeno essa costi­tuisce una interpretazione erronea, ancorché tradizionale, che ha profon­damente segnato la recezione del suo pensiero politico nel corso dei se­coli[26].
Il Nostro, infatti, non è pregiudizialmente contrario alla morale cri­stiana: egli ha semplicemente compreso che in un mondo in cui vige la sete di ricchezza e di potere, la morale del “porgi l’altra guancia” difficil­mente convive con un’azione politica efficace e, quindi, il rispetto dei suoi dettami non è sempre auspicabile in campo politico. Se, da un lato, Ma­chiavelli è convinto che, nella politica attiva,

uno principe, e massimo uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono chiamati buoni, sendo spesso ne­cessitato, per mantenere lo stato, operare contro la fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione[27],

d’altra parte, non per questo egli giunge ad auspicare che quei “vizi”, talora indi­spensabili, siano estesi anche agli altri ambiti della vita quotidiana. Al contrario, la preoccupazione di Machiavelli è che il Principe “abbia uno animo disposto a volgere secondo che e’ venti della fortuna e la variazione delle cose co­mandano, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene potendo, ma saper entrare nel male, necessitato”[28].
Se le condizioni politiche vigenti costringono a farlo, il Principe deve essere capace di appropriarsi anche degli strumenti moralmente riconduci­bili alla sfera del male per realizzare il proprio obiettivo politico. Il ricono­scimento di questa dura necessità non comporta, tuttavia, lo stravolgi­mento di tutti i valori, tale da indurre a cambiare di segno il male, tramu­tandolo in bene, poiché anche per Machiavelli è dubbio che si possa dire bene del male. In altre parole, come scrive Gilbert, per Machiavelli

l’azione politica non può essere mantenuta nei limiti della morale. Pur indicando che una linea di condotta amorale può essere non di rado la più efficace adottabile in una qualsiasi situazione, egli non mostra mai di preferire le azioni amorali alle morali: Machiavelli non patrocina il male per partito preso: non desidera rovesciare ogni va­lore morale (…). Il punto centrale della sua filosofia politica è che l’uomo deve sce­gliere: può vivere discosto dalle vicende politiche e seguire i dettami della morale cri­stiana; ma se entra nella ‘vita activa’ della politica deve agire secondo le leggi di que­sta[29].

Voltando finalmente le spalle all’ideale, e rimanendo saldamente an­corato alla “realtà effettuale”, possiamo dire che Machiavelli fondi la scienza della politica nel momento in cui realizza quanto indispensabile sia abbandonare la strada, già sperimentata come improduttiva e velleitaria, dei profeti utopisti o disarmati. Il suo debito intellettuale nei confronti della tradizione umanistica non è, però, del tutto assente: dobbiamo tutta­via circoscriverlo alla perizia dispiegata nell’utilizzo della retorica antica per modulare il proprio discorso, allo scopo di convincere anche emotiva­mente il suo pubblico, in particolare il Principe, come farà esplicitamente nella perorazione all’Italia dell’ultimo capitolo.
Tuttavia, in radicale antitesi a una tradizione retorica sempre tesa a dimostrare la ‘bontà’ delle proprie argomentazioni attraverso la sottoli­neatura della loro ‘moralità’, Machiavelli trae invece l’imperativo di sepa­rare morale e politica dalla necessità di rimanere saldamente ancorato alle regole dettate dalla ‘realtà effettuale’, ma non per contrapporle, bensì per poter scegliere quali tra esse sia la più opportuna da adottare al mutare delle circostanze. È, pertanto, la coerenza tra metodo di indagine e conte­nuti (la condotta ‘virtuosa’ del principe), entrambi fondati sulla “realtà ef­fettuale”, ciò che fa di Machiavelli un antesignano della scienza politica moderna: la logica della teoria politica deve in altri termini essere “co­mandata” dalla logica dei fatti, emancipandosi, lì dove è indispensabile, dalla logica imposta dalla morale cristiana, che rende spesso impossibile adattare le regole che ne sono a fondamento a “e’ venti della fortuna e la variazione delle cose”[30].
È sufficiente sottolineare questo aspetto fondamentale della sua con­cezione dell’autonomia della politica, anzi, della fondazione di essa, per considerare il Nostro uno dei più eminenti pensatori della politica di tutti i tempi, benché – e anche questo va riconosciuto - la sua perorazione non abbia trovato un esito pratico po­sitivo, verosimilmente a causa del fatto che a una strategia politica “dall’alto”, tesa com’era a enucleare le caratteristiche del Principe “vir­tuoso”, egli non seppe coniugare una politica “dal basso”, che riuscisse, cioè, a ‘regolare’ istituzionalmente lo scontro politico: essa sarà infatti ab­bozzata soltanto nei Discorsi[31].
D’altra parte, per ritornare al problema della morale, affrontandolo, questa volta, dal punto di vista tradizionalmente ritenuto ad esso più con­facente, cioè da quello della religione, si deve ammettere che una politica esplicitamente basata sulla morale cristiana non sempre si sia dimostrata meno feroce di una politica dichiaratamente immorale. 
Papa Alessandro VI Borgia
Il Valentino
Basti pensare all’esempio che lo stesso Machiavelli ebbe sotto gli occhi: Papa Alessan­dro VI Borgia, col seguito dei suoi temuti figli, e il Savonarola, che non fu certo tenero nei confronti dei suoi oppositori, fustigando senza tregua i co­stumi corrotti dei fiorentini, fino al punto di mandare al rogo i libri e le opere d’arte ritenute licenziose nei famosi falò delle vanità. Ma non possiamo certo dimenticare la trave costituita dal conflitto tra potere temporale e potere spirituale della Chiesa, che angustiava l’Europa sin dal momento della sua nascita, ed era ancora lungi dall’aver esaurito tutte le sue più nefaste conseguenze: in particolare in Italia, quella di essere il più tenace baluardo contro la sua unificazione.
Mantenendosi in un orizzonte esclusivamente terreno (o, come sug­gerisce Viroli, all’interno di una concezione religiosa della Patria, allora molto diffusa a Firenze), la moralità della visione politica del Machiavelli si esplicita nel progetto la cui realizzazione è demandata al Principe: l’unità e l’indipendenza della Patria, alla cui perorazione sarà dedicato il XXVI capitolo. Anche se indirettamente espressa nei continui richiami all’esperienza storica e alla cronaca politica della sua epoca[32], tuttavia è sol­tanto nella perorazione finale, cioè nel luogo in cui Machiavelli abban­dona più vistosamente l’andamento ‘scientifico’ della sua trattazione, per perorare la causa di un dover-essere tanto agognato, ma mai realizzato, che dobbiamo vedere più direttamente espresso l’invito, rivolto al Principe, a forzare, sotto l’urto delle condizioni oggettive, anche i dettami più sacri della morale corrente, pur di realizzare questo nobile compito. In altre pa­role, soltanto alla luce di questo ‘invito’ le “condizioni umane” acquistano il valore di oggettiva giustificazione della condotta “virtuosa” del Principe. In assenza di una tale sanzione, la teoria di Machiavelli suonerebbe effetti­vamente giustificazione di una machiavellica brama di potere per il perse­guimento del proprio “particulare”: dunque, se è vero che nella vita poli­tica ordinaria “il fine giustifica i mezzi”, ciò non è però vero per il Prin­cipe di Machiavelli, per il quale, infatti, l’obiettivo non è, né deve essere, il potere per il potere, ma ben altro. Il potere di disporre liberamente delle regole comunemente accettate della morale è il solo mezzo realisticamente a disposizione del Principe per realizzare, in un mondo di lupi, “l’intenzione alta” dell’indipendenza della Patria: l’unico scopo moral­mente rilevante dal punto di vista politico, non certo da quello religioso. Un obiettivo che non soltanto la miope politica dei signorotti italiani, ma anche l’immoralità politica della Chiesa aveva contribuito ad allontanare, con il ricorso a qualsiasi mezzo, comunque illecito sia dal punto di vista del politico Machiavelli, ma, in quest’ultimo caso, soprattutto da quello squisitamente morale. Infatti, la spasmodica difesa del potere temporale, che aveva caratterizzato la storia dello Stato pontificio, almeno dalla Con­stitutum Costantini in poi, significò non solo l’uso della violenza dispie­gata nei confronti dei propri nemici (fra cui lo stesso Savonarola), ma, so­prattutto, il dilagare della corruzione dei costumi della Chiesa. D’altra parte, la reazione protestante alla degenerazione della Chiesa cattolica era ormai alle porte (1517)[33]. 

In altri termini, la massima del “fine che giustifica i mezzi” è legitti­mamente attribuibile soltanto a un Principe che persegue la conservazione del potere a proprio esclusivo vantaggio, quando cioè i “mezzi” si tramu­tano inopinatamente in “fini”: quindi è legittima soltanto per un Principe peccatore, nel significato politico che anche Machiavelli avrebbe conferito a questo termine all’interno della sua laicissima religione della Patria: per­ciò, soltanto cancellando l’ultimo capitolo del Principe si potrebbe pensare che quella regola abbia per Machiavelli un valore regolativo assoluto. Se invece si insistesse nell’attribuire quella massima gesuitica a Machiavelli si incorrerebbe in un grossolano travisamento del suo pensiero, palesando, al contempo, un pregiudizio moralistico nei confronti della sua teoria poli­tica. La perorazione finale all’Italia dimostra, se si vuole, che Il Principe non è riducibile al manualetto di un libertino ante litteram, disposto ad utilizzare qualsiasi mezzo pur di sedurre il potere, allo scopo di soddisfare esclusivamente le proprie voglie; esso non è come scrive Hegel, lo “spec­chio dorato presentato ad un ambizioso oppressore”, poiché Machiavelli – possiamo ben dirlo! - è il teorico della libertà, e “la libertà è possibile solo là dove un popolo si è unito, sotto l’egida delle leggi, in uno Stato”[34].
Come scrive De Grazia, infatti, la religione di Machiavelli è quella che vede un Dio politico che perdona i principi, purché siano pronti a utilizzare qualsiasi mezzo, se necessitati, per raggiungere lo scopo di assicurare li­bertà e indipendenza alla propria Patria[35]. O, detto con le parole di Hegel:

Già il fine che Machiavelli si prefisse, di innalzare l’Italia a uno stato, viene frainteso dalla cecità, la quale vede nell’opera di Machiavelli nient’altro che una fon­dazione di tirannia, uno specchio dorato presentato ad un ambizioso oppressore. Ma se anche si riconosce quel fine, i mezzi – si dice – sono ripugnanti: e qui la morale ha tutto l’agio di mettere in mostra le sue trivialità, che il fine non giustifica i mezzi, ecc. Ma qui non ha senso discutere sulla scelta dei mezzi, le membra cancrenose non pos­sono essere curate con l’acqua di lavanda. Una condizione nella quale veleno ed as­sassinio sono diventate armi abituali non ammette interventi correttivi troppo delicati. Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia[36].

In altri termini, il principe è legittimato a commettere dei ‘peccati’, per i quali un comune mortale sarebbe invece inesorabilmente condannato all’Inferno. Non a caso Hegel afferma:

L’Italia doveva essere uno stato (…): questo universale è ciò che Machiavelli presuppone, questo egli esige, questo è il suo principio per rimediare alla miseria del suo paese. Posto questo, il comportamento del principe si configura in tutt’altro modo. Ciò che sarebbe riprovevole se esercitato da un privato contro un privato, o da uno stato contro un altro stato o contro un privato, è adesso una giusta pena. Promuo­vere l’anarchia è il peggiore delitto, anzi, l’unico delitto che si possa commettere contro uno stato; ad essa si possono ridurre tutti i delitti che lo stato è tenuto a repri­mere, e coloro che aggrediscono lo stato non indirettamente, come gli altri delin­quenti, ma direttamente, sono i criminali – e lo stato non ha dovere più alto che quello di conservare se stesso e di debellare nel modo più sicuro tali criminali[37].

Oggi si potrebbe anche sorridere di fronte a questa condanna senza appello dell’anarchia. Ma l’anarchia contro cui Machiavelli combatteva, e di cui anche Hegel perorava la distruzione, non era certo identificabile con la tardo-ottocentesca rivolta del singolo contro la onnipervasiva presenza dell’autorità, in primis quella dello Stato, ma, tutt’al contrario, era quella che, per riprendere le parole di Hobbes, potremmo riassumere nella famosa formula del “bellum omnium contra omnes”, cioè della violenza dispiegata al solo scopo di affermare il diritto del più forte. Era contro questo stato di natura imperante tra gli staterelli italiani, e di cui le popolazioni italiche erano la tradizionale vittima sacrificale, che si rendeva necessario erigere un argine potente: uno Stato unitario alla cui fondazione teorica Machia­velli profuse tutta l’energia del suo ingegno. Al suo appello, però, i con­temporanei rimasero completamente sordi: e non possiamo nasconderci che sia appunto questo uno dei problemi più importanti che una teoria po­litica realistica dovrebbe concorrere a risolvere. 
Ma è ancora una volta Machiavelli ad aprirci la strada, per una nuova esplorazione. È infatti evi­dente che la perorazione all’Italia, inserita al termine di un’opera che inau­gura l’indagine ‘scientifica’ della materia politica, è un esplicito esempio di propaganda: ma è appunto l’arma della propaganda che Machiavelli non poté considerare compiutamente come parte costitutiva della sua teoria, poiché ancora al di fuori della portata della sua epoca. Certo la considera­zione della religione come instrumentum regni era ben presente al Ma­chiavelli; ma tale strumento era troppo compromesso e logorato – in quel momento storico - per poter fungere da adeguata leva ideologica per la realizzazione di un progetto politico che, per quanto concreto, richiedeva comunque di essere sorretto anche da una poderosa spinta ideale, diversa­mente da quanto avverrà di lì a poco nei Paesi nordici, grazie al Protestan­tesimo. Machiavelli sentì acutamente l’esigenza di una profonda riforma morale della Chiesa e della religione, affinché si realizzasse pienamente quella religione (civile) della libertà e dell’amor di Patria, il cui esempio più fulgido era ai suoi occhi costituito dalla Repubblica romana. 
Almeno dall’Illuminismo in poi, con la nascita della “opinione pubblica” e, dunque, nella prospettiva di un progressivo allargamento della partecipazione delle “masse” alla lotta po­litica, iniziata effettivamente soltanto con la Rivoluzione francese, nessuno potrà più sottovalutare il ruolo della propaganda per l’allestimento di una tattica efficace per la conquista e il mantenimento del potere. Sarà infatti questo uno degli strumenti di cui i patrioti italiani si doteranno per dar vita, e condurre in porto, finalmente, il progetto di Machiavelli, realizzando una delle più importanti pagine della storia italiana: l’epopea risorgimentale.





[1] Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, op. cit., pp. 192-96. Oltre a evidenti motivi di amicizia, la ragione di questo annuncio va probabilmente cercata anche nel fatto che, attraverso il Vettori, Machiavelli sperava di poter diffondere la conoscenza del suo opuscolo anche presso la corte papale. E’ il caso di sottoli­neare che le opinioni degli studiosi sui tempi di stesura dell’opera divergono radicalmente.
[2] N. MACHIAVELLI, Il Principe, con uno scritto di G. W. F. Hegel, a cura di U. Dotti, Milano 200412, p. 72. Ciò basti a riconoscere quanto la biografia di Machiavelli sia indispensabile a illuminare la teoria, poiché quest’ultima è, a ben vedere, la sintesi della sua attività politica presso la Seconda Cancelleria della repub­blica fiorentina.
[3] Lettera a Francesco Vettori, cit., p. 195.
[4] G. W. F. HEGEL, Costituzione della Germania, in Scritti politici, tr. it. di C. Cesa, Torino, 1972, p. 101. È da notare come questa “riabilitazione” sul piano etico del pensiero di Machiavelli da parte di Hegel, aprirà una nuova stagione di studio del suo pensiero, in particolare in Italia.
[5] Il Principe, cap. XII, p. 145.
[6] Ivi, cap. XIV, p. 160.
[7] Ivi, p. 164.
[8] Una morale che tuttavia si avvicina molto di più alla religione antica che a quella dei moderni. Infatti, come lo stesso Machiavelli ebbe a scrivere nei Discorsi: “La religione antica… non beatificava se non uomini pieni di mondana gloria, come erano capitani di eserciti, e principi di republiche. La nostra religione ha glorificato più gli uomini umili e contemplativi che gli attivi. Ha dipoi posto il sommo bene nella umiltà, abiezione e dispregio delle cose umane: quell’altra lo poneva nella grandezza dello animo, nella fortezza del corpo, e in tutte le altre cose atte a fare gli uomini fortissimi…” (N. MACHIAVELLI, Discorsi II, 2 ( Opp. 149b).
[9] D’altra parte, non possiamo fare a meno di sottoscrive le parole di G. INGLESE, secondo le quali quello di Machiavelli è l’”inaudito esperimento che consiste nel porre il mondo della lotta politica come ‘effettuale’ oggetto del pensiero, come materia di un lavoro intellettuale specializzato. Non filosofo del diritto costitu­zionale; non insegnante di retorica in parlamento; ma esperto nell’arte della guerra per il potere e ragionatore di quelle ‘vittorie e perdite’: il politico di nuovo modello non è altri che l’autore del Principe” (in N. MA­CHIAVELLI, Lettere…, op. cit., Introduzione di G. INGLESE, p. 10). Machiavelli non poté fare altro che dare forma teorica a quella che sentiva come un’urgenza pratica inderogabile: l’unità d’Italia, che chi è im­merso nella pratica poteva anche non avvertire. Machiavelli è dunque alla ricerca di un Principe che intenda ciò che egli scrive, offrendogli uno scopo, gli strumenti per attuarlo, una motivazione ideale per condurre in porto con la massima fermezza quello scopo.
[10] Il Principe, op. cit., p. 104.
[11] Ivi, cap. XVIII, pp. 176-7.
[12] “Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi” (Cap. XXV, p. 220).
[13] Ivi, p. 221.
[14] Ivi, p. 223.
[15] È nota la differente prospettiva esistente a questo proposito tra Machiavelli e Guicciardini. Machiavelli, pur essendo perfettamente consapevole del fatto che gli uomini comuni difficilmente imparino qualcosa dalla storia passata, “Perché gli uomini sono molto più presi da le cose presenti che da le passate” (ivi, cap. XXIV, pp. 217-18), fonda, tuttavia, la possibilità di una teoria non utopica, ma realistica (o, come oggi diremmo: scientifica) della politica, e, di conseguenza, anche la possibilità di incidere sulla realtà da parte del Principe (dialettica virtù/fortuna), appunto sulla esemplarità della Storia e, dunque, sulla ripetitività dei fatti storici: per questo motivo il futuro è in una certa misura prevedibile. Tale possibilità sarà invece negata recisamente dal Guicciardini, sia pure, significativamente, al termine di una lunga evoluzione teorica: egli giungerà infatti ad ammettere che gli eventi storici sono unici e irripetibili e, perciò, imprevedibili, tanto da affermare che “È fallacissimo el giudicare per gli esempli, perché, se non sono simili in tutto e per tutto, non servono” (Ri­cordi, 117).
[16] Questa affermazione necessita di una breve spiegazione, che ci permette, peraltro, di collegarci alla nota precedente: per dirla nel linguaggio delle Annales, di evidente derivazione marxista, la storia evenemenziale può anche apparire ripetitiva (ed entro certi limiti lo è effettivamente), ma è la lunga durata che lentamente e inesorabilmente modifica la struttura sottostante sulla quale gli eventi poggiano. Se ci si passa l’analogia: la Storia è un’auto che ad ogni giro di pista cambia, appunto perché è in corsa. In questo senso, perciò, Machia­velli e Guicciardini hanno entrambi torto e, allo stesso tempo, entrambi ragione.
[17] Ivi, p. 164.
[18] Ivi.
[19] Ivi.
[20] Ivi.
[21] Ivi.
[22] Recentemente il filologo M. Martelli ha avanzato l’ipotesi, assai seducente, che parte del testo del Prin­cipe, in particolare il capitolo finale, con l’esortazione a liberare l’Italia dai barbari, cioè da francesi e spa­gnoli, fu composta in occasione di un avvenimento decisivo, la preparazione di un colpo di Stato da parte di Lorenzo il giovane, già duca di Urbino e principe di Firenze, per creare un regno che, con un papa mediceo a Roma, sarebbe andato dai confini del Regno di Napoli al Ducato di Milano. Nell’incontro di Montefiascone Leone X non dette il suo assenso e il progetto abortì. Così venne messa la sordina a tutto l’apparato media­tico, diremmo oggi, di cui Il Principe di Machiavelli era la punta di diamante.
[23] Ibidem, p. 166.
[24] Ibidem, p. 164. È facile vedere qui il motivo per il quale Machiavelli abbia tanto affascinato i marxisti (so­prattutto italiani): alla lotta tra bene e male è infatti sufficiente sostituire la lotta di classe.
[25] Ivi, p. 165. Perché, come scrive Machiavelli, “degli uomini si può dire questo, generalmente: che sieno in­grati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi del guadagno e mentre fai loro bene e’ sono tutti tua, offeronti el sangue, la roba, la vita, e’ figliuoli come di sopra dissi, quando el bisogno è disco­sto; ma quando ti si appressa si rivoltono, e quello principe che si è tutto fondato in su le parole loro, trovan­dosi nudo di altre preparazioni, ruina” (ivi, pp. 171-72). Tuttavia, è bene tenere presente che per Machiavelli “una delle più importanti materie che abbi uno principe” è quella “e satisfare al populo” (ivi, p. 185).
[26] Il machiavellico “fine che giustifica i mezzi” è una frase che sarà vano cercare all’interno dell’opera. Il “Cum finis est licitus, etiam media sunt licita” lo dobbiamo infatti al gesuita H. BUSENBRAUN, che, nella sua Teologia morale (1650), grazie a questa polemica, quanto arbitraria sintesi, fece assurgere il pensiero di Machiavelli a simbolo degli errori a cui portava la libertà di pensiero che aveva caratterizzato il Rinasci­mento. Il tentativo dei gesuiti era evidentemente quello di combattere il successo che le idee del Nostro in­contravano presso gli intellettuali europei, peraltro sempre più persuasi dell’esigenza di una profonda riforma morale della Chiesa.
[27] Il Principe, cap. XVIII, pp. 178-79.
[28] Ibidem, p. 179.
[29] In F. GILBERT, Machiavelli e Guicciardini. Pensiero politico e storiografia a Firenze nel Cinquecento, tr. it. di F. Salvatorelli, Torino, 1970 , pp. 168-9.
[30] In questo senso si comprende l’analogia e, allo stesso tempo, la differenza nell’atteggiamento che Machia­velli e, un secolo dopo di lui, Galilei adotteranno a proposito del rapporto tra scienza e fede. Infatti, non di­versamente da Machiavelli, Galileo comprese che il metodo di indagine deve sforzarsi di riprodurre la logica specifica del proprio oggetto di indagine. Per Galileo il libro della Natura va letto adottando quello che lui individuò come il linguaggio specifico di essa: quello matematico. Tuttavia, trovandosi a vivere e operare in piena Controriforma, a differenza del grande fiorentino, il grande pisano fu sempre attento a sottolineare l’unità di fondo tra scienza e religione: pur essendo caratterizzate da linguaggi diversi, Natura e religione di­scendono indiscutibilmente entrambe da Dio. Come sappiamo, però, ciò non sarà sufficiente a salvarlo dalla condanna da parte dell’Inquisizione.
[31] Come è noto, sarà A. Gramsci a dedicare, nei suoi Quaderni dal carcere, gran parte delle sue energie intellet­tuali all’elaborazione di una strategia “dal basso” per la conquista del potere politico, anche sulla scorta del Principe, ovviamente in un quadro teorico e storico del tutto mutato: la ricostruzione della tattica del Partito Comunista (il novello Principe), dopo la débâcle subita ad opera del fascismo, mantenendosi però sempre fedele al metodo di Machiavelli: la stretta unità di teoria e prassi che, d’altra parte, costituirà la pietra di paragone, il criterio di “scientificità”, dell’indagine propria del materialismo storico-dialettico o, per dirla con lo stesso Gramsci, della “filosofia della prassi” (si cfr. A. GRAMSCI, Note sul Machiavelli, Roma, 1975).
[32] Basti pensare all’esame della condotta del Valentino, alla quale sarà dedicato il capitolo settimo, e del quale Machiavelli scrive: “Raccolte io adunque tutte le azioni del duca non saprei riprenderlo; anzi mi pare, come io ho fatto, di preporlo imitabile a tutti coloro che per fortuna e con l’arme di altri sono ascesi allo im­perio, perché lui, avendo l’animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti; e solo si oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alessandro e la sua malattia” (Il Principe, p. 118).
[33] Sarà appunto lo scisma protestante, col suo seguito di guerre di religione, a mettere la parola fine, in Eu­ropa, al potere temporale della Chiesa di Roma.
[34] G. W. F. HEGEL, tr. it. cit., p. 104.
[35] In ID., Machiavelli all’Inferno, cit.. A questo proposito Viroli commenta che il De Grazia non avrebbe tutta­via “visto che Machiavelli trova il suo Dio nella tradizione del cristianesimo repubblicano che viveva a Firenze” (M. VÌROLI, Il Dio di Machiavelli e il problema della morale dell’Italia, Bari, 2005, p. VIII). Con questa affermazione Viroli vuol sottolineare che la concezione teorica del Machiavelli è perfettamente coe­rente (e perciò affatto in contrasto) con quella cristiana, come abitualmente si crede. Tuttavia, se ciò è, come abbiamo già rilevato, entro certi limiti vero, resta comunque da stabilire in quale rapporto si trovi la morale cristiana allora vigente con il “cristianesimo repubblicano” fiorentino. A questo proposito crediamo che le parole di Machiavelli sulla religione antica (cfr. n. 8, supra) costituiscano un contributo decisivo per indiriz­zarci nella giusta direzione interpretativa. Infatti, l’opposizione con la Chiesa diviene radicale in ambito an­tropologico. Se per la Chiesa l’uomo, creato da Dio, è buono per natura, ed è la Storia a pervertirlo (dal pec­cato originale in poi), viceversa per Machiavelli gli uomini sono cattivi per natura ed è piuttosto la costru­zione degli ordinamenti politici e civili (la Storia, appunto) ad educarlo progressivamente.
[36] HEGEL, tr. it. cit., p. 105. È da notare che la “cecità” cui qui si riferisce Hegel è ascrivibile agli idéologues illuministi, che, in preda agli stessi pregiudizi che intendevano combattere, fecero acriticamente propria la “interpretazione” gesuitica, e, quindi, imbarazzati dal ‘machiavellismo’ morale erroneamente attribuito al Nostro, essi lo trasfigurarono in una surrettizia denuncia dell’ipocrisia del potere. In altri termini da questa interpretazione discende la figura di un Machiavelli antesignano dell’Illuminismo, capace di denunciare, per dirla con un famoso verso di Foscolo, “di che lagrime grondi e di che sangue” il potere: affermazione estre­mamente efficace sul piano poetico, ma tutt’altro che corretta da quello teorico, poiché implica una acritica condanna moralistica della spregiudicatezza del potere politico, che non avrebbe certo potuto trovare con­corde il Nostro, poiché, al contrario, egli fu sempre pronto a esaltarla come una delle maggiori virtù del Prin­cipe.
[37] Ivi.